70 anni di Confindustria Ancona. Il presidente Schiavoni presenta la relazione

Ancona 13/11/2014 - Davanti ad Autorità civili e religiose, al Presidente Squinzi, ospiti, colleghi e amici imprenditori il presidente di Confindustria Ancona, Claudio Schiavoni, ha presentato, giovedì, la sua relazione. Un grazie particolare del presidente va a chi ha voluto partecipare all'assemblea annuale di Confindustria Ancona.

"Oggi Vi proponiamo una riflessione, forse un po’ controcorrente, ma coerente con la realtà che noi imprenditori quotidianamente viviamo, fatta di concretezza, non di illusioni. 160 crisi aziendali all’attenzione del Ministero dello Sviluppo Economico, che interessano circa 155.000 lavoratori. 1.453 aziende in provincia di Ancona, toccate da situazioni conclamate di crisi - fallimenti, procedure concorsuali, concordati, sequestri – che coinvolgono il destino lavorativo di circa 19.000 persone. Sono gli effetti della guerra non convenzionale, che ha spostato il baricentro economico del mondo in modo straordinariamente rapido. In poco più di 10 anni la quota della produzione mondiale di Stati Uniti e Giappone si è quasi dimezzata. Nel 2007 l’Europa a 15 vantava il 27% e ora è scesa al 21. Nel frattempo i Paesi BRIC sono passati dal 13 al 31%. In generale, i Paesi emergenti, crescendo a ritmi molto sostenuti, sono diventati vere e proprie riserve valutarie con un bassissimo debito pubblico. Fatta eccezione per l’anno 2009, il mondo continua a crescere in termini di produzione industriale; oggi è ben al di sopra dei livelli pre-crisi.

Prima di condividere con Voi quello che potremo essere in futuro crediamo, però, di aver qualcosa da dire sul contesto in cui viviamo, che lascia perplessi. Quando un Paese come il nostro cambia ogni 9, 12 mesi il Primo Ministro piuttosto che il Governo o il suo programma di lavoro, quando subiamo cinque o sei finanziarie all’anno seppur vengano chiamate in modo differente, a volte anche folcloristico - Mille proroghe, Manovrina, Legge di Stabilità, Sblocca Italia o altro - è come se ognuno di noi vivesse avendo a disposizione solo il pronto soccorso, perdendo di vista i trend di lungo termine e il pensiero strategico. Se poi ci interroghiamo su quale sia il nostro pronto soccorso, ci accorgiamo che si tratta di Bruxelles con le Istituzioni comunitarie. Seppur europeisti convinti siamo giudici imparziali: il nostro solo metro di giudizio è il mercato, dove vince chi è più competitivo, più efficace, più reattivo.

È sotto gli occhi di tutti come la strategia comunitaria non sia un’arma efficace per vincere la guerra di cui stiamo parlando. Mentre gli Stati Uniti hanno adottato alcune decisioni inequivocabili - autosufficienza energetica, stimolo per il rientro delle imprese delocalizzate, riduzione del deficit pubblico - l’Europa è rimasta imbalsamata, con una forte responsabilità tedesca, sulle rigidità di bilancio ed incapace di proporre la possibile via politica da assumere. Nemmeno i fondamentali aiutano questa Europa: uno su tutti, le dinamiche demografiche che sono alla base della capacità di una comunità di innovare ed innovarsi. Nei prossimi 20, 30 anni perderemo il 20, 30% dei giovani in Europa, come dire che siamo nel pieno inverno demografico europeo. In questo scenario, però, alcuni Paesi partner hanno saputo beneficiare del contesto. La Polonia, che con importanti agevolazioni fiscali a favore di chi va a produrre lì, si è trasformata in una piattaforma logistico - industriale di primissimo livello. L’Austria, che per reagire all’”effetto Polonia” ha ridotto al 20% la tassazione sulle imprese, proprio per marginare la delocalizzazione.

Noi invece? Rimaniamo di fatto i malati d’Europa. Nel periodo 2000 - 2015 saremo il Paese con la minor crescita del PIL tra i Paesi periferici dell’Area euro, i cosiddetti PIIGS: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. Nel frattempo, la produzione industriale nazionale è crollata del 25% per cento rispetto al 2007. Nonostante l’Italia sia il quinto Paese al mondo e il secondo in Europa per miglior surplus commerciale manifatturiero, il peso dei settori tradizionali è sceso dal 74% del 1994 al 30% del 2013. In sintesi, noi abbiamo una crisi industriale in un mondo in cui l’industria è in grande evoluzione. Alto debito pubblico, bassissima inflazione se non deflazione, che si sommano ad una valuta troppo forte, fattore quest’ultimo condiviso con tutti i partner europei. Sono le tre zavorre che non possiamo più permetterci. Il nostro debito pubblico è più del 137% del PIL, superando tutti i livelli storici dall’unità d’Italia. Impensabile farlo crescere; dobbiamo pagarlo, tenendo però presente che non possiamo stampare moneta.

Quali sono allora le priorità da affrontare? Siamo un Paese molto pesante in un mondo molto più leggero. Occorre mettere a posto squilibri ormai decennali, partendo dal perimetro dello Stato. Meno Comuni, forse meno Regioni, meno partecipate pubbliche, meno enti strumentali e centri di spesa, duplicatori di funzioni, fonti di sprechi e di fenomeni corruttivi. Senza il ridisegno complessivo dello Stato, come riusciremo a rimettere in ordine i conti? Continueremo con interventi marginali o con il taglio degli investimenti pubblici? Tra il 2009 e il 2013 sono crollati in termini reali di oltre il 30%, anche se in questo momento sarebbero strategici, perdipiù con un costo del denaro cosi basso da renderli convenienti. Serve una vera sburocratizzazione ed una semplificazione amministrativa, ad ogni livello istituzionale, in ogni ufficio pubblico. Siamo stufi del continuo “rimpallo” di responsabilità tra amministrazioni, della complessità dei procedimenti per l’attività delle imprese e di tempi decisionali biblici. Siamo anche stufi dei tempi secolari della giustizia amministrativa, così come diciamo basta al modo scellerato con cui si autorizzano i concordati con continuità aziendale: nella prassi sono diventati l’occasione per scaricare sui fornitori i debiti per la quasi totalità dell’entità e riprendere l’attività aziendale senza però averne risolto i problemi strutturali.

È irrinunciabile la drastica riduzione e la sostanziale riqualificazione della spesa. Lo sapevate che nel 1951 la spesa pubblica pesava il 23,6% del PIL, quando era molto più basso di oggi, mentre oggi pesa quasi il 51%? Non possiamo però partire dalla spesa per la salute e per la casa; non da quella per la difesa, per cui spendiamo sotto la media europea. La ridefinizione della spesa pubblica deve partire dalla constatazione che non c’è più spazio per privilegi e diritti cosiddetti acquisiti, se questi vanno a ledere le prospettive delle generazioni future. Bisogna mettere mano alla spesa per i servizi generali. Bisogna affrontare con intelligenza e pragmatismo il tema dei dipendenti pubblici. Bisogna anche riequilibrare la distribuzione della spesa sociale che per il 52% è destinata alle pensioni e solo per il 2,9% al sostegno della disoccupazione, mentre la media dell’Unione Europea a 28 è 40% alle pensioni, 5,6% alla disoccupazione. Serve anche una vera politica industriale, di cui siamo orfani da troppo tempo. Così fanno le grandi economie industrializzate del mondo, dagli Stati Uniti alla Germania e non solo. Definire una chiara politica industriale, indicando gli asset strategici verso cui tendere, aiuta il Paese a concentrare gli sforzi di tutti per puntare all’obiettivo finale: lo sviluppo economico e industriale del Paese. Consente di dare una visione ed una gestione integrata nel lungo periodo. Orienta gli investimenti in formazione delle persone. La politica industriale è una azione collettiva che attraversa un Paese in tutte le sue componenti, perché delinea i fattori trasversali, necessari per ricreare il giusto humus a sostegno della vocazione imprenditoriale ed i settori e comparti produttivi su cui puntare. Noi invece deleghiamo il nostro destino industriale esclusivamente ad iniziative quali Horizon 2020 piuttosto che all’ipotizzato piano Junker. Se il Governo non intende agire in tal senso, lasciamo ai territori il compito di definire almeno i settori su cui pianificare lo sviluppo industriale!

Quest’anno la pressione fiscale effettiva toccherà il 52,6% del PIL; nel 1951 era pari al 18,2%. Ma della delega fiscale poco si discute, anche se entro febbraio 2015 dovranno essere varati i decreti attuativi, per arrivare all’entrata in vigore delle nuove norme sul fisco entro agosto 2016. Serve una vera rivisitazione dell’impianto fiscale, obsoleto per complessità ed iniquo per efficacia e distribuzione dei suoi effetti. Occorre ripartire dalle sue fondamenta, l’art.53 della Costituzione, secondo cui “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” con criteri di progressività. Ci attendiamo un sistema fiscale che premi il lavoro, l’impresa, gli investimenti in innovazione e in tutto quello che rafforza il sistema economico-produttivo nazionale, un sistema che metta in un sano conflitto di interesse cliente e fornitore, dove l’IVA sia detraibile per ogni cittadino a fronte di specifiche categorie di spese – casa, istruzione, salute – ma solo dal momento in cui si accumula un certo importo. Chiediamo misure per ridurre il carico fiscale in capo alle aziende, facilitandone investimenti e capitalizzazione, abolendo i limiti alla deduzione degli interessi passivi ed introducendo una deduzione o una detrazione IRES/IRPEF in capo ai soci delle piccole e medie imprese per rafforzarne la capitalizzazione e la capacità produttiva. Esiste poi il problema del peso tributario ingiustificato da parte dei Comuni. Noi non possiamo più sostenere questa tendenza a “scaricare a valle” i problemi. Occorre mettere mano alla tassazione comunale; è indispensabile una vera tassa unica, non la IUC, che è un semplice contenitore dove si racchiudono IMU, TARI e TASI, tre imposte con meccanismi di applicazione diversi tra loro e tra ogni Comune.

La TASI è nei fatti un’IMU bis anche per gli stabilimenti industriali, determinando alle aziende un ulteriore costo, per di più in una fase congiunturale a dir poco complessa. Che dire, poi, della TARI, imposta che ha sostituito la TARES? È un tributo iniquo, totalmente penalizzante per gli stabilimenti industriali perché obbliga a pagare anche per aree in cui la produzione di rifiuti urbani è minima, se non nulla, e, peggio ancora, per reparti produttivi dove le imprese provvedono già autonomamente allo smaltimento. Tutto questo è inaccettabile, soprattutto a fronte dei servizi di scarsa qualità che mediamente riceviamo, del difficile rapporto che spesso riscontriamo con le Amministrazioni pubbliche. Amministrazioni che sono indifferenti alle reali necessità del mondo dell’impresa, a partire da tempi lunghi e dalla complessità dei procedimenti. Riqualificazione della spesa pubblica, politica industriale, riforma fiscale, riduzione stabile del costo del lavoro: queste sono le vere urgenze da affrontare nel Paese. E su questo tema voglio essere ancora più chiaro: in questo Paese e nella nostra terra non ci può essere ripresa dell’occupazione se prima non riparte la domanda interna, la produzione industriale ed i consumi. Non ci bastano le parole, gli annunci. Abbiamo bisogno di fatti concreti. Per questo mi sento di dire che la legge di stabilità varata dal Governo soddisfa parzialmente le necessità di noi imprenditori e più in generale del mondo del lavoro, anche se va colta positivamente in quanto sfida all’Europa e ai mercati.

L’abbattimento integrale della componente lavoro dell’IRAP potrebbe essere una scelta pro-crescita senza precedenti. È da anni che noi imprenditori la chiediamo! Rischia però di non produrre gli effetti sperati: come detto poc’anzi, le assunzioni si fanno solo se riparte stabilmente e significativamente la domanda. Siamo perplessi sulla reale efficacia della norma sul TFR; non comprendiamo la stangata sulla previdenza integrativa, con l’aumento dell’aliquota dall’11% al 20% per i fondi complementari e dal 20% al 26% per le casse professionali integrative, dopo che per anni il Paese ha invocato un sistema previdenziale complementare a quello dell’INPS. Non concordiamo sul prelievo di 92 milioni di euro, che dal 2016 saranno 120, dai fondi bilaterali pensati per assicurare la formazione ai nostri collaboratori. Potremmo proseguire nell’analisi del provvedimento ma non ci pare il caso: lo giudicheremo sulla base di come uscirà dal Parlamento e altrettanto faremo nei confronti del Jobs Act. Dispiace constatare che ancora una volta il più del dibattito si incentra sull’articolo 18, invece che sui maggiori problemi della bassa occupabilità nel nostro Paese, vero guaio strutturale che porta solo poco più di un italiano su tre a lavorare, mentre in Germania la proporzione è di due su tre.

Carissimi amici colleghi, anche noi imprenditori abbiamo difetti: spesso le nostre aziende sono troppo piccole, spesso con una patrimonializzazione limitata ed insufficiente per le sfide attuali, poco internazionalizzate. Siamo ancora troppo individualisti, e la guerra di questi anni ha accentuato la nostra chiusura verso il prossimo. E sbagliamo, perché le reti tra le aziende e la cooperazione tra noi imprenditori, se prima erano un modo possibile per rendere le nostre piccole e medie imprese più vincenti e competitive, oggi sono la principale ricetta per la sopravvivenza delle tante splendide realtà industriali nella nostra provincia. Ci fanno notare che sono scarsi gli investimenti in macchinari, in innovazione, che siamo poco progettuali: da alcuni anni si registrano infatti percentuali in calo. Questo è vero ma fino ad un certo punto: nel 2013 l’Italia è risultata seconda per investimenti cumulati, al netto delle abitazioni, in percentuale sul PIL; meglio di noi solo la Spagna. Giappone, Francia, Germania, Regno Unito e USA sono dietro. Se l’Italia scarseggia di innovazione, di sicuro non è responsabilità solo dell’industria! L’innovazione infatti riguarda tutti; è trasversale a tutto il Paese, dalla politica alla società, oltreché all’industria.

Ci piacerebbe anche capire se non ci sia anche una responsabilità del sistema bancario in questo nostro “nanismo”: appare arroccato dietro a procedure spesso inadeguate per valutare la bontà di un piano industriale. Eppure la liquidità, al momento, non manca. Fin qui abbiamo ragionato di contesto; molto altro ci sarebbe da dire. Desideriamo però condividere la nostra proiezione in ambito locale. Cari amici imprenditori, quando abbiamo ragionato in Associazione su questa assemblea, ci siamo interrogati molto sull’opportunità di organizzarla.

Il traguardo dei 70 anni da un lato, il contesto a tinte fosche dall’altro, ci hanno immediatamente convinto che questo momento non potesse essere una festa. Non è il momento, non sarebbe stato rispettoso dei tanti sacrifici che gli imprenditori ed i lavoratori stanno facendo. Abbiamo perciò deciso di ricercare sobrietà nella forma, ma senza rinunciare ad un simile momento di visibilità per proporre ai nostri interlocutori la visione su quanto potremmo fare ed essere in prospettiva. Ai rappresentanti delle istituzioni, della politica, del mondo bancario e a tutti coloro che al pari nostro hanno a cuore il futuro della provincia, diciamo che sentiamo fortemente la responsabilità del destino economico della nostra comunità, non fosse altro che la nostra manifattura è in termini assoluti la più dimensionata rispetto a quella delle altre province marchigiane e presenta ancora elevati tassi di specializzazione in numerosi settori. Noi per primi intendiamo contribuire al rilancio del PIL locale e regionale che, dal 2008 è più basso della media nazionale italiana e rischia di essere tale per i prossimi dieci anni. Per capire meglio cosa saremo domani, abbiamo cercato di conoscere le visioni delle generazioni più giovani rispetto al nostro territorio, le opinioni di nostri concittadini che, pur mantenendo un legame stretto con la nostra realtà, hanno raggiunto importanti successi professionali lontano da qui. Abbiamo provato ad analizzare l’evoluzione delle famiglie di impresa in provincia. Abbiamo anche studiato i dati prodotti da OCSE, rielaborati da Confindustria, sull’attrattività del nostro territorio. Si tratta di una mole di lavoro significativa, che stiamo riorganizzando e che presto metteremo a disposizione dell’opinione pubblica attraverso il nostro sito web ed una pubblicazione specifica. Si tratta di informazioni stimolanti, in alcuni casi però allarmanti. Secondo i dati OCSE – Confindustria, tra il 2010 ed il 2013 la nostra provincia è scesa nella graduatoria nazionale del potenziale attrattivo dall’ottavo al 23esimo posto.

Le Marche salgono al 177esimo posto nella classifica delle 262 regioni europee. La prima è Utrecht in Olanda. Bologna, Firenze, Trento, Genova, Aosta, province che al pari della nostra ospitano il capoluogo di regione, risultano tutte meglio posizionate. Milano è la provincia con il potenziale attrattivo migliore in Italia. Non c’è da stare allegri: istituzioni, deficit dei bilanci pubblici, qualità del capitale umano e sistema finanziario, caratterizzato da bassi livelli di finanziamenti e aiuti alle imprese, sono i principali punti di debolezza che emergono da questa indagine. É debole il terziario avanzato. Anche il mercato del lavoro non deve lasciarci tranquilli: manifesta indici di produttività e di flessibilità al di sotto della media. Mediamente il valore aggiunto annuo prodotto da ciascun lavoratore ad Ancona è la metà di quello prodotto ad Utrecht. Emilia Romagna, Toscana e Veneto hanno performance nettamente migliori delle Marche. A conferma dei problemi che abbiamo in casa nostra, la bassa crescita economica locale così come la bassa propensione all’export sono elementi che ci penalizzano. A proposito di export vi segnalo che a partire dal 2008 la quota di esportazioni merci è la peggiore rispetto a quella di Emilia Romagna, Toscana e Veneto. Questo anche se nel periodo 1990 – 2007 abbiamo avuto percentuali assai migliori delle altre regioni e dell’Italia nel suo complesso. Nubi emergono anche rispetto alla solidità in prospettiva del sistema produttivo, caratterizzato da troppe micro imprese, da investimenti quantitativamente modesti, per di più in ambiti a bassa tecnologia e in settori tradizionali. Risulta penalizzante anche la spesa in ricerca e sviluppo, sia pubblica che privata. Abbiamo difficoltà nella crescita innovativa, a livello tecnologico, dimensionale ed organizzativo. Siamo specialisti di fasi produttive specifiche e di componentistica, ma spesso con un ruolo assai marginale nella catena del valore.

Preoccupa poi la visione dei giovani. Nella quasi totalità dei casi, i laureandi o laureati anconetani, impegnati in esperienze professionali o universitarie all’estero, hanno dichiarato di non voler più rientrare. Il 60% degli intervistati segnala la scarsa attrattività e la bassa attenzione della nostra provincia alle esigenze dei giovani. Criticano soprattutto le barriere economiche che risultano essere quelle più invasive e visibili. Gli studenti del quarto e quinto anno dei licei e degli istituti tecnici e professionali manifestano grande preoccupazione rispetto al proprio futuro professionale in provincia, che spaventa molto più delle malattie e dei possibili contrasti famigliari. Tra l’altro, dalle interviste non emerge il “lavoro dei sogni”, a conferma del disorientamento attuale. Oltre l’80% pensa di lavorare all’estero, per lo più in America, Inghilterra, Germania e Australia. Lasciatemi fare una considerazione sul tema dei giovani: l’elemento che deve preoccupare è il gap recettivo che pare esserci in loco, ossia il fatto che non si sia in grado di attrarre stranieri, di pari o superiore livello educativo, in quantità analoga a quelli che intendono andar via.

L’indagine sulle nostre famiglie d’impresa, cari amici imprenditori, dice che oltre l’84% degli intervistati è espressione della prima o della seconda generazione, che circa il 40% ha più di 60 anni e il 65% è il fondatore dell’azienda. Premesso che solo il 9% degli intervistati non ha figli, la maggioranza di questi è in età lavorativa. Il 53% lavora già in azienda, perlopiù con incarichi tecnici. Viene da riflettere rispetto a questa informazione: i figli sono professionalmente cresciuti in modo speculare ai genitori, ossia ottimi tecnici, esperti del fare, ma oggi le aziende hanno necessità anche di forti competenze per l’estero, la finanza ed il commerciale. L'azienda del futuro dovrà valorizzare le capacità e l'autonomia progettuale di molte persone, immaginando che la loro intelligenza cresca insieme alla loro capacità di prendersi parte del rischio in merito al buon esito delle decisioni prese. La stragrande maggioranza delle imprese è a gestione famigliare. Ne è conferma il fatto che solo poco più di un terzo del campione ha inserito manager esterni. Prevale il dover garantire la tradizione, per salvaguardare l’insieme di beni, pratiche, comportamenti che hanno radicato l’impresa, anche se nel passaggio generazionale ciò che preoccupa l’imprenditore sono le dinamiche familiari all’interno dell’azienda (36%) e le competenze tecniche del successore (20%). Ultima informazione: dalle tre indagini emerge la necessità di avere in provincia un sistema manifatturiero stabile e l’industria come punto di riferimento per il futuro, anche se si enfatizzano le potenzialità complementari dell’agricoltura e del turismo. Anche alla luce di queste informazioni, come possiamo proiettarci in avanti, coniugando la nostra storia economico-industriale con le dinamiche in atto? Come possiamo migliorare l’attrattività del nostro territorio? Come possiamo essere diversamente moderni, salvaguardando comunque le nostre origini? In fondo, nel mondo i modelli di business cambiano continuamente, ed i posti di lavoro non sono tutti uguali.

Nel settore dell’innovazione un posto di lavoro vale, in termini di generazione di ricchezza distribuita, più di un posto creato nei servizi o nella Pubblica Amministrazione: sono molti gli studi che certificano come per ogni posto nel settore “hi-tech” creato in una città vengano a prodursi altri cinque posti fuori dall’ambito hi-tech nel lungo periodo. Di tutto questo abbiamo tenuto conto. Ebbene noi imprenditori siamo in prima linea e non molliamo, nonostante per anni abbiamo lanciato il monito che da soli non era possibile andare avanti. Nei fatti siamo stati ignorati e lasciati da soli in trincea. Non intendiamo però lamentarci. Lottiamo giorno dopo giorno per fare in modo che le nostre aziende vadano avanti, si sviluppino, diano occupazione e assicurino benessere alla comunità in cui viviamo. Intendiamo quindi cambiare il modello territoriale ed economico che pensavamo inattaccabile e che, invece, oggi implode, determinando impoverimento, disoccupazione, sfiducia e incertezza crescente. Il cambiamento coinvolge tutti. Noi imprenditori che dobbiamo crescere culturalmente e managerialmente. Questo per inserire le nostre imprese in filiere globali, per esportare di più e presidiare i mercati esteri. Dobbiamo riuscire ad essere protagonisti, pensando al modo con cui il nostro sistema di impresa accresca sempre più la propria insostituibilità.

Le Organizzazioni Sindacali, chiamate a condividere con noi la transizione, rimettendo in discussione certezze ormai passate, e “condannate” insieme a noi imprenditori a dimostrare responsabilità e lungimiranza per condividere le nuove sfide che ci aspettano. Le Istituzioni e la Pubblica Amministrazione perché scoprano sobrietà, efficienza ed efficacia nel loro agire, e dimostrino autorevolezza ed impermeabilità di fronte agli interessi di pochi per salvaguardare il bene comune. In provincia occorre procedere rapidamente ad un reale accorpamento dei Comuni, considerato anche che dei 47 oggi esistenti in provincia 29 sono con meno di cinquemila abitanti, di cui 15 non superano la soglia dei tremila. In fondo per assicurare servizi amministrativi più incisivi e di qualità, occorre perseguire proprio quell’efficienza organizzativa che consentirebbe risparmi e minor carico impositivo ad imprese e cittadini. I dati in nostro possesso dicono che il peso dei tributi locali quali IMU, TARI e TASI per le aziende è sempre meno sostenibile ed ingiustificato, stante la qualità dei servizi assicurati. Ancona, Senigallia, Falconara Marittima, Jesi e Chiaravalle sono i Comuni meno virtuosi in provincia. Dall’analisi dei loro bilanci nel periodo 2009 – 2013, al netto del fondo di riequilibrio, emerge un incremento delle entrate tributarie tra il 30% e il 40%.

In provincia, per quanto riguarda la sola IMU, tra il 2013 e il 2014, l’aliquota media è aumentata del 2%; svetta il Comune di Senigallia con il 26%. Dal confronto tra l’IMU applicata nel 2013 e la somma di IMU e TASI del 2014, l’aliquota media è aumentata del 5% ma Comuni come Senigallia, Barbara, Chiaravalle, Jesi, Agugliano si sono contraddistinti per crescite ben più significative, dal 20% in su. Il cambiamento riguarda anche le banche, perché ascoltino e comprendano l’impresa sostenendole. Siamo preoccupati al proposito: sono tante le incertezze che ancora caratterizzano il sistema locale, si pensi soprattutto al destino di Banca delle Marche e, più in generale, alla diffusa fragilità delle realtà bancarie presenti da anni sul territorio. Sentiamo la mancanza di un vero e proprio sistema bancario territoriale che, forte del radicamento in loco e strutturato in modo adeguato, sia in grado di valutare le aziende non solo per la loro patrimonializzazione ma anche per la loro capacità reddituale. Sarebbe il caso di ragionare sulla costituzione di un istituto di credito regionale per finanziare investimenti, innovazione, ricerca e sviluppo. Una simile proposta che potrebbe avere valenza sull’intero territorio nazionale, riprenderebbe l’esperienza passata degli Istituti di Credito speciali Regionali, che operavano nel settore del credito a medio e lungo termine per le medie e piccole imprese industriali. Un simile istituto, non facendo altre operazioni finanziarie ordinarie, dovrebbe gioco forza utilizzare la raccolta di fondi per finanziare gli investimenti produttivi delle imprese. Potrebbe anche diventare il veicolo principale delle politiche monetarie espansive della BCE per le imprese, favorendo l’accesso al credito per le piccole e medie imprese per progetti mirati. Nemmeno il sistema educativo e formativo, in tutte le sue articolazioni, può essere esente dal cambiamento, perché deve avvicinarsi strutturalmente alle aziende nella creazione di figure professionali allo stato dell’arte, adeguate agli scenari a cui il sistema economico e produttivo locale traguarda. Non è certamente facile operare in questo settore, stante le riforme e contro riforme che si susseguono. Ma deve essere altrettanto chiaro che serve un momento di sintesi vero tra i tanti soggetti che operano in provincia per assicurare alla nostra gente un percorso educativo e formativo effettivamente coerente con le necessità del mercato del lavoro. Serve rimettere al centro la manifattura e l’industria in ogni scelta ed azione locale. Dobbiamo intervenire, e rapidamente.

Il nostro obiettivo è puntare alla manifattura a valore aggiunto, la cosiddetta industria 4.0, figlia della quarta rivoluzione industriale che prevede l’integrazione profonda delle tecnologie digitali nei processi industriali manifatturieri. Meccatronica, energia e ambiente, bio-tecnologie, tecnologie hard e soft per l’habitat sono settori prioritari su cui è possibile puntare nella nostra provincia che ben si presta ad una pianificazione territoriale delle specializzazioni. Ancona, piuttosto che Jesi, Fabriano, Senigallia e Osimo, con i loro ambiti territoriali, possono essere veri e propri cluster tematici, capaci di attrarre nuove e fresche competenze nel settore hi-tech. Ancona è punto di riferimento in campo nautico e navale probabilmente per tutta l’economia che si affaccia sul Mare Adriatico. Per fare il salto di qualità, però, ha bisogno di un centro dedicato alle tecnologie, al design per il mondo nautico. Pensiamo ad ente a capitale misto, con partner di rilevanza nazionale, quali per esempio la stessa Confindustria UCINA, oltre alle principali realtà locali, Regione compresa.

Pensate poi se il centro trovasse ospitalità nella sede in cui oggi ci troviamo, splendida, unica e distintiva: sarebbe la sintesi perfetta tra la Ancona storica e monumentale e quella del presente e del domani, quell’Ancona che, anche grazie al ridisegno del porto, sarà vocata ai servizi, alla nautica e al turismo. A questo proposito guardiamo con favore alla sottoscrizione del Ministro Padoan della convenzione per l’uscita ad Ovest dell’Autostrada: è un passo ulteriore verso la concretizzazione di un progetto caro da molti anni agli industriali, che aiuterà a modernizzare e qualificare la città, rafforzandone anche le potenzialità attrattive. Prima ho citato Jesi, e con lei la Vallesina. Da sempre fucina manifatturiera della provincia, lo Jesino vivrà molto probabilmente la trasformazione della metalmeccanica in meccatronica come conseguenza della massiccia introduzione nei processi produttivi dell’ICT e dell’automazione. Lo Jesino ha anche una lunga e positiva tradizione agricola ed enologica; per questo non è azzardato proporre lo sviluppo di comparti ad elevata innovazione quali la biotecnologia. Per quanto riguarda Jesi, Confindustria Ancona ha un progetto realizzabile: dare vita ad una cittadella delle tecnologie in cui insediare stabilmente le cosiddette hi-tech small company provenienti anche dal resto d’Italia. Il progetto consentirebbe la riqualificazione di aree industriali dismesse, assicurerebbe una forte azione di marketing territoriale, attirando giovani professionalità di standard elevato. La cittadella delle tecnologie consentirebbe la naturale contaminazione del sistema di impresa locale, attraverso la tangibilità dell’uso di nuove tecnologie, questo grazie anche al coinvolgimento del mondo universitario. Noi siamo pronti e disponibili al confronto con le Istituzioni per approfondire il progetto, fiduciosi di riuscire a fare sintesi tra tanti soggetti nella nostra provincia. Da alcune settimane abbiamo chiesto alla Presidenza della Regione un confronto; auspichiamo che sia disponibile per entrare nel merito dell’idea e che insieme a noi voglia lavorare da subito alla fattibilità dell’iniziativa. A proposito di Regione, approfitto di questa occasione per fare un appello alla politica e a tutti i partiti nelle Marche: per cortesia fate in modo di non disperdere i mesi che precedono la tornata elettorale 2015 in sterili scontri politici. Abbiamo bisogno di concretezza e di fatti. Così come l’Italia è il malato d’Europa, Fabriano è il principale malato della nostra provincia. Noi crediamo possibile la guarigione. La prima medicina è la “riconquista” del reale utilizzo dei fondi che la L.181 aveva stanziato per l’Accordo di programma. Confindustria Ancona è stata tra i primi a denunciarne le inefficienze, già nel 2012; a seguire, abbiamo denunciato il mancato funzionamento dell’Accordo di Programma all’allora Presidente del Consiglio dei Ministri, Enrico Letta, di recente al Ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi. Ci saremmo aspettati maggior condivisione dagli Enti locali preposti; così non è stato, ma non è il tempo di recriminare. È invece giunto il momento di fare, senza lasciarsi coinvolgere in sterili schermaglie. Tutti insieme chiediamo al Governo la riconferma dei 35 milioni di euro stanziati e, contestualmente, la condivisione di procedure semplici, snelle ed efficaci, perché possano essere effettivamente investiti. Noi abbiamo sposato un’idea propostaci da un nostro socio: sperimentare una piattaforma produttiva, che assicuri il reimpiego di parte dei lavoratori ex Ardo, al servizio dell’industria locale per la realizzazione di componenti o di processi di lavorazione a condizioni qualitative ed economiche, tali da migliorare la competitività del sistema locale. Stante la propria vocazione storica manifatturiera, Fabriano può essere sede della scuola dei mestieri, vera e propria palestra formativa per tecnici e operai, sempre più chiamati a spostare le proprie competenze dal fare materialmente il prodotto al gestire il processo produttivo, stante la massiccia diffusione di elettronica e automazione nelle fasi di lavorazione che determinerà una vera e propria rivoluzione non tanto tecnologica quanto processuale.

Riteniamo anche importante valorizzare l’esperienza Home Lab, consorzio tra Politecnica delle Marche e importanti aziende, locali e non, nel settore dell’elettrodomestico. Comprendiamo che l’arrivo a Fabriano del gruppo Whirpool sia stato sofferto. Sancisce l’esaurimento di una fase storica e luminosa di un’importante famiglia quale quella di Vittorio Merloni, imprenditore a cui anche oggi va tutto il nostro affetto. Guardiamone, però, il lato positivo: Fabriano può essere baricentro e fucina della definizione di standard internazionali sull’usabilità dell’elettrodomestico e degli apparecchi a destinazione living in genere. Siamo tra l’altro certi che tutti noi testimonieremo alla nuova proprietà del gruppo Indesit la giusta accoglienza, improntandola su una franca e costruttiva collaborazione, nella consapevolezza che Whirpool potrà anche essere un buon ambasciatore di relazioni e collaborazioni nel difficile mercato americano. Fabriano potrá essere la culla dell’integrazione di sistemi, dell’evoluzione del comparto Eldom e delle tecnologie connesse alla qualità di vita. Anche Falconara può cogliere dalla propria tradizione industriale l’opportunità di nuovo sviluppo. Con un centro di ricerca applicata su energia e ambiente, che coinvolga il settore industriale esistente in loco e nel resto della provincia e della regione, con il contributo della Politecnica delle Marche, diventerà il raccordo operativo tra le tante e differenti esperienze industriali nel settore energia, dando anche risposte concrete ed efficaci alla debolezza strutturale energetica locale, così come dimostrato dallo scarso successo del Piano Energetico Ambientale varato dalla Regione Marche nel 2005.

Le Marche hanno il problema dell’elevata dipendenza energetica, oltre il 48% dell’energia utilizzata, rispetto ad una media nazionale che è pari al 13%. Il nodo problematico da sciogliere è come ridurla. Ebbene noi siamo convinti che la proposta di un centro di eccellenza possa assicurare il raggiungimento dell’obiettivo, ossia coniugare l’efficientamento del sistema attuale e la quanto mai necessaria integrazione delle varie fonti energetiche esistenti. La nostra provincia esprime molti altri comparti meritevoli di attenzione. Pensiamo al mondo variegato affine alla carta che si snoda tra Fabriano, Senigallia e la zona dell’Aspio Musone, all’esperienza della multimedialità a Villa Musone, all’agro-industria diffusa in gran parte della provincia. Anche in questi settori potremo realizzare infrastrutture soft per dare linfa a competenze qualificate oggi non molto diffuse. Che dire poi sul turismo, di fatto ancora alla ricerca di un’effettiva qualificazione e strategia? Necessita di competenze altamente professionali. La ricchezza del patrimonio artistico o paesaggistico di una località non è più sufficiente per trasformarne il territorio in un prodotto turistico. Oggi è necessario considerare i luoghi come sistemi integrati che mettono insieme le risorse e le attrattive, nei quali giocano un ruolo fondamentale anche le aziende che forniscono servizi diretti e indiretti al turista. Questo dobbiamo fare se vogliamo essere destinazione turistica vincente. Occorre garantire qualità e adeguata accoglienza, per intercettare flussi turistici importanti che sempre più in futuro arriveranno da molto lontano, ma solo se sapremo essere unici e distintivi. Diversamente tralasceranno Ancona e le Marche e si orienteranno su altri territori. L’ISTAO ha promosso un master sul turismo, probabilmente unico in Italia. È un primo passo, ma è necessario alzare l’asticella. Potremo anche dare vita ad un centro di alta specializzazione per il settore fashion. Diventerebbe la palestra formativa utile ad assicurare competitività e creatività ad un comparto assai esposto alla concorrenza. Abbiamo produttori di elevata qualità, con un livello di conoscenza dei mercati esteri di tutto rispetto. Faticano a trovare le competenze adeguate e devono rivolgersi a Milano piuttosto che altrove per ingaggiare le giuste professionalità, pagando però a caro prezzo la scarsa attrattività della nostra regione.

Per noi la provincia può rilanciare la sfida dello sviluppo, ma solo se ci impegneremo tutti. Se vogliamo puntare ad un’industria “più intelligente”, però, dobbiamo essere tutti consci che occorrono competenze elevate e idonee, diffuse sul territorio; su questo la nostra regione risulta essere la 204sima sulle 262 regioni che l’Unione Europea ha comparato per indice di competitività. Servono ambiti di contaminazione conoscitiva, luoghi dove fare toccare con mano ai tanti imprenditori quanto il mondo propone per tecnologie e tendenze, l’innovazione per spiegarne le potenzialità. Al proposito, sarebbe bene dare vita ad un centro dimostrativo e di servizio alle PMI sulle tecnologie additive, nuova frontiera per la prototipazione e non solo. Occorre investire in competenze elevate, non solo tecniche. Occorre mettersi insieme, superando steccati ideologici e sigle. Occorre condivisione diffusa e consapevolezza: se saremo capaci di abbandonare pregiudizi, se uniremo le forze, usciremo vincenti da questa guerra non convenzionale. Su queste basi noi imprenditori sapremo certamente continuare a operare per il bene di questo territorio.

Oggi Vi abbiamo raccontato le cose da fare: sono tante. Coinvolgono ognuno di noi ma sono necessarie per tutti noi se vogliamo uscire più forti di prima da questa guerra moderna. Presuppongono scelte chiare, nette, anche coraggiose. Tutti, però, dobbiamo essere dimostrare nei fatti coerenza e consequenzialità rispetto alle scelte assunte. 70 anni fa, quando 9 imprenditori anconetani costituirono l’Associazione fra gli Industriali della Provincia di Ancona, il contesto era ben peggiore di quello che oggi vi abbiamo raccontato.

La cittá di Ancona aveva subito circa 180 bombardamenti in soli 9 mesi. Era quasi deserta per lo sfollamento volontario verso le campagne o nei paesi vicini: nel 1944 erano solo quattromila le persone rimaste in città. La popolazione, disperata e duramente provata, reagì con grande dignità e fierezza, agli enormi danni della guerra: 5.000 persone tra morti e feriti; 10.000 abitazioni demolite e gravemente danneggiate; danni per 6 miliardi di lire di allora. Ebbene, se allora la nostra gente ripartì e non rinunciò al proprio domani, nonostante le ferite di quella guerra cruenta, noi che siamo indubbiamente più fortunati abbiamo il dovere di rilanciare la sfida e proiettare la nostra economia in avanti.

Vedete, troppe spesso ci sentiamo dire che noi imprenditori siamo stanchi. Non è così. Noi siamo arrabbiati, siamo preoccupati ma abbiamo coraggio, abbiamo cuore e sappiamo impegnarci. Noi amiamo il nostro territorio e vogliamo essere i protagonisti della ripresa. Siate con noi, partecipate insieme a noi alle sfide che abbiamo innanzi; insieme sapremo fare delle tante difficoltà del momento la nuova grande opportunità per lo sviluppo locale
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Questo è un comunicato stampa pubblicato il 13-11-2014 alle 12:21 sul giornale del 14 novembre 2014 - 3513 letture

In questo articolo si parla di economia, Confindustria Ancona, claudio schiavoni e piace a laurar

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