Indagine sulle famiglie d'impresa. Schiavoni: "Vogliamo capire quale sarà il futuro delle nostre imprese"

7' di lettura Ancona 12/05/2015 - Confidustria Ancona in collaborazione con Gabriele Micozzi dell'Univpm ha redatto un'indagine che fa il punto sulla situazione delle aziende e i rapporti familiari nella provincia di Ancona. 78 le realtà a confronto: il dato che è emerge è che gli imprenditori hanno di media più di 60 anni, che i figli spesso laureati intendono seguire le orme dei genitori e che nonostante la crisi hanno fiducia nel futuro. La video intervista

Il 55% delle imprese ha una governance legata alla prima generazione in cui l’imprenditore è quasi sempre il fondatore e allo stesso tempo l’amministratore delegato; oltre la metà dei figli lavorano in azienda e ricoprono un ruolo prevalentemente tecnico, anche se i padri li vedono come futuri dirigenti. Una visione complessivamente positiva del futuro (per il 74% del campione) e una certa fiducia nel ruolo della manifattura domani, fondamentale per la quasi totalità del campione. Tra le imprese intervistate emerge la consapevolezza che, laddove non sarà possibile inserire i propri figli in azienda, per dare continuità all’impresa sarà opportuno inserire competenze esterne. In questo senso diviene essenziale il ruolo dell’Associazione, che deve accompagnare questo difficile passaggio per fare in modo che l’impresa continui ad essere protagonista indiscussa dello sviluppo economico e sociale del territorio. Alla politica locale, e precisamente alla Regione, le imprese chiedono di razionalizzare la spesa pubblica (34,6%), di abolire l’addizionale IRAP (24,4%) e di trovare una strategia comune per l’internazionalizzazione (17,9%). Questo è quanto emerge da un primo sguardo sui dati dell’indagine realizzata da Confindustria Ancona nei mesi di settembre-ottobre 2014 su un panel di imprenditori della provincia, presentata questa mattina in conferenza stampa.

“Dopo l’indagine sui giovani, oggi presentiamo i dati sulle imprese familiari, un modello che è rappresentativo del sistema produttivo locale”, ha detto il presidente Claudio Schiavoni. L’indagine che abbiamo condotto si inserisce anch’essa nell’ambito dei lavori realizzati per l’Assemblea Pubblica di Confindustria Ancona PROIEZIONI, che aveva l’obiettivo, come dice il titolo stesso, di proiettarsi in avanti e cercare di fare proposte concrete per il nostro Scopo di questa seconda indagine è stato quello di individuare le dinamiche evolutive delle famiglie d’impresa: in particolar modo capire se i processi per dare continuità alle imprese siano già avviati e come le aziende familiari oggi, per lo più legate ancora all’imprenditore di prima generazione, vedono il futuro. Abbiamo poi inserito anche una parte relativa all’innovazione per capire quanto e come questa incida sulle dinamiche Le altre due indagini che presenteremo a breve saranno sulla tassazione locale e sull’attrattività della provincia, confrontandola con il resto del Paese e dell’Europa”.

I dati qualitativi evidenziano un tessuto imprenditoriale tenace” ha aggiunto il prof. Gabriele Micozzi, responsabile scientifico della ricerca, “che nonostante le avversità affrontate negli ultimi anni vede con fiducia il futuro anche in settori diversificati, aggiungendo dosi di nuove competenze anche attraverso manager esterni. Imprese in grado di mettersi in discussione, stanche di un sistema che poco le vive come risorse e che chiedono sempre più a Confindustria di essere un attivatore di business”.

SINTESI DEI DATI PRINCIPALI Un campione costituito da imprese familiari coerente con la compagine associativa di Confindustria Ancona per posizione geografica, dimensione (fatturato e dipendenti), settore merceologico di appartenenza. Un dato che fa riflettere: solo il 55% delle aziende esporta

L’imprenditore e la sua famiglia Il 55% delle imprese ha una governance legata alla prima generazione, il 30% alla seconda e solo il 9% alla terza e oltre. L’imprenditore è perlopiù di media età (il 50% del campione rientra nella fascia 41- 60), anche se quelli con un’età maggiore di 60 anni sono ancora il 30% del campione stesso. L’imprenditore è quasi sempre il fondatore e allo stesso tempo l’amministratore delegato; oltre la metà dei figli (54%) lavorano in azienda e hanno un grado di istruzione medio alto: poco meno della metà del campione ha frequentato/frequenta l’università (il 24% dei casi la triennale ed il 19% la magistrale). All’interno dell’azienda ricoprono un ruolo prevalentemente tecnico (il 72%) mentre il 12% lavora nella produzione e l’11% nell’amministrazione.

Il passaggio generazionale Solo il 38% del campione afferma di aver inserito manager esterni, mentre il restante 62% coincide con quel 65% che dichiara di vedere i propri figli come futuri dirigenti dell’azienda di famiglia. Da sottolineare che il 35% del campione che ha risposto negativamente alla domanda “Figli futuri dirigenti?” dichiara di inserire in futuro manager esterni all’azienda (42%) o di vendere l’azienda stessa (33%). Questa risposta deve far riflettere perché, se confermata nei comportamenti, potrebbe determinare un cambio di relazione tra le aziende (oggi per lo più a gestione familiare) ed il territorio e la comunità locale, allentandone il legame oggi esistente. Analizzando le principali difficoltà riscontrate nel passaggio generazionale emerge come i giovani imprenditori vedono soprattutto la motivazione del successore, cosa che non si riscontra in quelli più anziani, i quali danno decisamente più peso alla difficoltà nella scelta del proprio successore e alle competenze tecniche. Per tutte le fasce di età dell’imprenditore, le difficoltà principali del passaggio generazionale sono senza alcun dubbio le “Dinamiche familiari all’interno dell’azienda”.

Il futuro dell’azienda Nonostante la difficile situazione economica in cui stiamo vivendo, buona parte del campione (circa l’80%) dichiara di aver fiducia nel futuro. Solo il 18% del campione ha un basso grado di fiducia del futuro; inoltre il 74% del campione ha una visione positiva della propria azienda tra 15 anni. Abbiamo poi chiesto di fare una “scommessa” sul futuro: avendo ipoteticamente l’opportunità di investire in un settore, su quale deciderebbe di puntare? Il turismo (42,3%) , l’agricoltura (41%) e la sanità/assistenza anziani (28,2%) emergono come settori alternativi alla manifattura “classica”, e contengono un potenziale di investimento per gli imprenditori intervistati. Il manifatturiero “regge” il confronto (21,8%), se sommiamo anche la cantieristica navale (3,8%). Il 91% degli imprenditori intervistati dichiara infatti che c’è ancora bisogno della manifattura nella provincia. È come se l’imprenditore stesso fosse sia consapevole dello sviluppo in atto (Sanità/Assistenza agli anziani, visto il crescere dell’età della popolazione; Agricoltura, visti i dati di crescita in controtendenza rispetto alla manifattura), sia d’altro canto sfiduciato rispetto ad un sistema Paese che negli ultimi anni ha posto notevoli freni allo sviluppo legato alla manodopera (costo del lavoro, pressione fiscale, burocrazia, ecc; vedi domande successive). Se comunque la manifattura, come sembra, continuerà ad avere un ruolo in futuro, i settori indicati come predominanti risultano essere l’agroalimentare e l’abbigliamento/moda. Il 38,5% ritiene che sarà ancora presente il comparto metalmeccanico.

Idee per rendere il territorio più adatto alle esigenze dell’industria e delle nuove generazioni Le richieste maggiori sono miglioramenti nelle infrastrutture fisiche, telematiche e logistiche (27%), un cambio nell’approccio culturale (22%) e meno burocrazia e sgravi fiscali (19%). Riguardo alle nuove generazioni, oltre al miglioramento delle infrastrutture (14,8%) e meno burocrazia (14,8%) si richiede uno stretto rapporto tra istruzione e mondo aziendale (24,1%). In particolare le imprese chiedono al Governo di risolvere la questione del costo del lavoro (55,1%), della pressione fiscale sulle aziende (48,7%), della riduzione della spesa pubblica (34,6%) e dell’abolizione IRAP (28,2%) Anche alla Regione si chiede di intervenire sul costo del lavoro (37,2%), così come sulla riduzione della spesa pubblica (34,6%) e sull’abolizione addizionale IRAP (24,4%). Il 17,9% chiede inoltre alla Regione di migliorare ed incrementare le proprie strategie di export e dedicare maggiore attenzione all’internazionalizzazione.

Innovazione Il 94% delle aziende ha introdotto innovazioni, queste sono perlopiù incrementali di prodotto/servizio (54%) e di tipo organizzativo (41%). Solo l’8% sono radicali di processo ed il 23% radicali di prodotto e servizio. Gli effetti principali dell’innovazione sono stati il miglioramento della qualità dei prodotti e servizi (21%), dell’efficienza nell’utilizzo del personale (17%), e del potere commerciale (nuovi mercati e nuove quote di mercato, 15%). Le aziende intervistate hanno effettuato investimenti in innovazione fino ad un massimo del 20% del fatturato. Solo un 10% delle imprese ha investito più del 20%.








Questo è un articolo pubblicato il 12-05-2015 alle 13:14 sul giornale del 13 maggio 2015 - 1322 letture

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