Tra pietre d'inciampo e il treno della Memoria al binario 1 ovest...per non dimenticare

22/01/2018 - Per non dimenticare. Pietre d'inciampo e il treno della Memoria al binario 1 ovest, ma anche la presenza di due importanti testimonianza all'assemblea legislativa ad Ancona. Il ricordo delle vittime del luogo della deportazione nei campi di concentramento. Ecco le storie, a chi saranno dedicate le pietre d'inciampo.

Guido Lowenthal ed Eugenia Carcassoni La famiglia Lowenthal viveva nell’arteria principale del vecchio ghetto, in via Astagno, non lontano dalla sinagoga ottocentesca, l’unica superstite dopo la distruzione dell’antico tempio di rito italiano, decisa dal fascismo per fare posto al nuovo corso Stamira. Su di loro le leggi razziali si erano abbattute con particolare veemenza. Non solo il capofamiglia Guido, «bancarellaro» aveva subito, come altri quaranta ambulanti, il ritiro della licenza per la sua attività, ma assieme al primogenito Ivo aveva vissuto l’odissea dell’internamento: Isola del Gran Sasso, Gioia del Colle, infine Urbisaglia. A determinare il provvedimento erano state alcune iscrizioni sovversive trovate «sulla facciata posteriore del Palazzo Littorio». Le «laboriose indagini» avevano portato il questore Giannangelo Lippolis a proporre al superiore Ministero «l’internamento di quattro ebrei ritenuti più capaci di commettere tali manifestazioni di protesta»: Giorgio e Adrio Coen e appunto Ivo e Guido Lowenthal. Nessuna prova dunque, come il verbale stesso non trascurò di nascondere, esaltando anzi la discrezionalità del provvedimento come prova di severità antiebraica. L’accusa intercettava forse la diffidenza verso quel ceto di venditori ambulanti ebrei, «notoriamente scanzonati e immunizzati verso la propaganda dal fisico contatto con la strada e col popolo», tra i quali si cercò aprioristicamente di individuare il responsabile. Nella biografia di Ivo e Guido Lowenthal figuravano inoltre comportamenti non in linea col dettato fascista. Una nota della prefettura aveva rilevato che il 17 maggio 1940, a Fabriano, «l’ebreo Lowenthal Ivo» uscendo dalla panetteria accanto al liceo aveva pronunziato «frasi provocatorie esaltanti sua appartenenza razza ebraica provocando intervento squadrista colà di passaggio che lo percuoteva senza conseguenza alcuna». Come testimoniano diversi episodi della «giustizia antiebraica fascista» il pestaggio subito da un ebreo diventavano motivo di turbamento dell’ordine pubblico di cui lo stesso ebreo veniva spesso ritenuto responsabile, per cui in quell’occasione il fermo era toccato al solo Ivo. Mentre Giorgio e Adrio Coen, dopo una breve fase di internamento furono liberati per motivi di salute, nessuna clemenza venne riservata a Guido e Ivo Lowenthal. Rimasero prigionieri fino al 25 luglio del 1943 quando gli ebrei italiani del campo vennero dimessi. La presenza del comando tedesco ad Ancona aveva spinto Guido Lowenthal a trasferirsi per prudenza ad Appignano con i figli e la moglie. La popolazione li aveva bene accolti conferendo forse loro una sensazione di sicurezza tale da celebrare il matrimonio di Ivo. Ma il 19 febbraio 1944, giorno del matrimonio, una macchina della polizia al servizio del governo di Salò si arresta davanti alla casa degli sposi dove fervono i preparativi. Guido viene nascosto in una casa vicino, mentre Ivo ha la prontezza di scavalcare la finestra e fuggire tra i campi. Alla retata non può sfuggire Eugenia Carcassoni, semiparalizzata, impossibilitata a muoversi. Udendo gli urli disperati della donna spinta a forza sotto la neve, tra le altre donne del paese che le si stringono intorno, Guido Lowenthal esce dal nascondiglio nel quale si è rifugiato e si offre di prenderne il posto. Per la polizia fascista egli diventa solo un altro ebreo da arrestare. Guido ed Eugenia vengono trasferiti a Pollenza. Un carrettiere della zona li avrebbe visti lasciare anche quel paese sopra due grossi camion «carichi di carne umana». Dopo una breve permanenza nelle carceri di Macerata sono trasferiti al campo di Fossoli. Partono verso Auschwitz il 5 aprile con il convoglio numero 9. Al momento dell’arrivo, il 10 aprile, Eugenia Carcassoni è già spirata, incapace di resistere alle atroci condizioni del viaggio date le critiche situazioni di salute. L’anziano Guido viene immediatamente assegnato alle camere a gas.

Dante Coen Titolare di una ditta per il commercio di articoli coloniali alla quale è spinto a cambiare nome e ragione sociale in seguito ai «Provvediemnti sulla razza», di fronte alla crisi degli affari dovuta anche all’entrata in guerra si trasferisce a Milano. Arrestato alle sette del mattino del 26 luglio, a piedi scalzi portato nel carcere di San Vittore, dai soldati SS che erano di stanza in corso Buenos Aires Hotel Puccini, lasciando la moglie senza possibilità di sostentamento con cinque figli, di cui il maggiore di 9 anni. Aveva desiderato ardentemente una figlia femmina ma è riuscito a goderne per soli 33 giorni. Deportato ad Auschwiz il 2 agosto 1944 sarebbe morto a Buchenwald il 4 aprile 1945.

Achille Guglielmi, Gino Guglielmi (figlio), Elsa Zamorani (moglie) Laureatosi in medicina e chirurgia a Bologna nel 1903, si è specializzato in Ostetricia e Ginecologia a Milano. Nei primi anni Venti apre una casa di cura (Villa Bianca) ad Ancona, con il prof. A. Caucci. Benemerito della CRI per le opere sociali anche a favore delle donne povere e dei bambini, crea la prima colonia elioterapica di Ancona, che sorge su un terreno di sua proprietà. Presidente dell’Ordine dei medici di Ancona dal 1931, viene cacciato dall’Ordine al varo delle leggi razziali del ’38. Nel giugno del ’40 il Prefetto di Ancona, Tamburini, lo segnala così al Ministero dell’Interno: “Ebreo, svolge propaganda disfattista.” Gli attribuisce “temperamento portato forse per natura alla maldicenza e alla critica” e precisa che non ha ottenuto la discriminazione per “mancanza dei requisiti richiesti.” Guglielmi viene internato inizialmente a Camerino, poi a Montefalco (PG) dove resta fino a dicembre ’41 quando è trasferito a Fano (PU). Qui prende alloggio presso l’albergo Savoia Lido. Subisce pressioni affinché si sistemi in un’abitazione diversa dall’albergo, ma non riesce a trovare un alloggio con cucina. Non gode del sussidio statale, essendo facoltoso. Riceve frequenti visite dal figlio Gino e dalla moglie Elsa. Pochi giorni dopo essere giunto a Fano, chiede di poter tenere una corrispondenza epistolare di argomento medico con la dottoressa ebrea polacca Kornberg Estela, che era rimasta a Montefalco come internata per tutto il 1941. Lei a sua volta domanda di poter scrivere sia a lui che a sua moglie Elsa ad Ancona. Il permesso pare accordato. Per ragioni di salute Guglielmi è dichiarato dal medico provinciale non idoneo al regime di internamento. Interpellato in proposito, il Prefetto di Ancona esprime il suo nulla osta a un eventuale proscioglimento, ma con divieto a prendere residenza e a tornare ad Ancona senza preventiva autorizzazione. In una lettera del giugno ’42 lo stesso prefetto informa il Ministero dell’Interno che l’internato ha venduto una villa di grande valore (oltre un milione di lire) a favore di un collega, il quale ne farà una casa di cura. Il 24 luglio ’42 Guglielmi ottiene la revoca dell’internamento per Atto di clemenza del duce. Egli chiede di poter prendere domicilio a Fano. Di qui il primo di agosto avanza richiesta di potersi recare a Chianciano per cure termali. Sentiamo ancora parlare di lui il 29 dicembre ’43 quando in base all’ordine di polizia di Buffarini Guidi del 30 novembre ’43, gli vengono requisiti i beni ubicati a Fano, che passeranno all’IRAB (Istituti Riuniti Assistenza Beneficienza). Achille Gugliemi a questa data è già morto. Il decesso è avvenuto 25 giorni prima, il 29 dicembre a Castiglione de’ Pepoli. Il momento è drammatico. La sua morte per probabile infarto è legata all’imminenza dell’arresto che coinvolgerà la moglie Elsa Zamorani e il loro figlio Gino, entrambi catturati nello stesso luogo ai primi di gennaio ’44, incarcerati, deportati e uccisi ad Auschwitz.

Gino Tommasi Ancona 19 settembre 1895 – Mauthausen (Austria) 5 maggio 1945. Ingegnere. Nome di battaglia Annibale. Medaglia d’oro al Valor militare alla memoria. Ufficiale subalterno della Territoriale nella Prima guerra mondiale, si laureò in Ingegneria a Bologna nel 1920, ma tornò ad Ancona per esercitare la professione. Aderì prima a gruppi socialisti, poi al partito comunista nel 1942. In qualità di Tenente dell’artiglieria, nel 1943 fu incaricato dalla Concentrazione antifascista di organizzare la difesa della città. Il suo tentativo di prendere contatti con le autorità militari locali non ebbe esito positivo e i tedeschi entrarono ad Ancona il 13 settembre 1943. Molti dei soldati che si trovavano nelle caserme e che non erano scappati, furono deportati. Contemporaneamente a questi eventi, Tommasi assunse il controllo del Corriere Adriatico, riuscendo a farne pubblicare 5 numeri prima dell’occupazione tedesca. Successivamente si impegnò a fondo nell’organizzazione della lotta partigiana costituendo, nell’ottobre del ’43, nella Vallesina e lungo la costa adriatica una formazione detta «Guardia nazionale». Da essa nacque, a dicembre, la Brigata d’assalto “Ancona” (organizzata in bande e in GAP) che, nel gennaio 1944, divenne la 5a Brigata Garibaldi “Ancona”. A Tommasi fu anche affidato il compito, da parte del Cln regionale, di coordinare la lotta armata anche nelle altre province marchigiane. Nella notte dell’8 febbraio 1944, mentre rientrava da una riunione clandestina nel pesarese, l’auto su cui viaggiava Tommasi fu coinvolta in un incidente. Egli decise di fermarsi a dormire nella sua abitazione a Borghetto di Ancona dove, a causa di una soffiata, venne sorpreso dai fascisti. Lo portarono nel carcere di Macerata, poi a Forlì, dove lo torturarono per estorcergli informazioni sull’organizzazione clandestina da lui diretta. Infine i fascisti si liberarono di Tommasi consegnandolo ai tedeschi, i quali lo deportarono a Mauthausen, dove morì il 5 maggio 1945, giorno della liberazione del campo. Per le sue qualità umane, le sue capacità organizzative e il suo prestigio, alla sua memoria fu conferita, nel dopoguerra, la Medaglia d’oro al Valor militare. Motivo della ricompensa: «Tenente colonnello di artiglieria di complemento, fu tra i primi a partecipare alla lotta partigiana con instancabile attività e sprezzo del pericolo. Organizzò e comandò la Brigata garibaldina marchigiana. La sua forte personalità divenne il centro di attrazione per tutti coloro che sceglievano la via del dovere. Catturato dal nemico che vedeva in lui il simbolo della resistenza partigiana e sottoposto alle più atroci torture, serbava fieramente il silenzio, riuscendo altresì ad avvertire i compagni dell'incombente pericolo. Tra i deportati in Germania manteneva alto con l'esempio il nome d'Italia, finché la sua eroica vita fu troncata dagli inauditi stenti del campo di Mauthausen». Nel 1951 il Consiglio comunale di Ancona ha intitolato una via a suo nome.



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Questo è un articolo pubblicato il 22-01-2018 alle 21:05 sul giornale del 23 gennaio 2018 - 2333 letture

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