L'Arte Viva. Papa Francesco: l’immagine contemporanea del pastore che non ha paura del vuoto

Benedizione Urbi et Orbi di Papa Francesco 27 marzo 2020 8' di lettura Ancona 04/06/2020 - Nella serata piovosa del 27 marzo, in Italia il giorno con il picco di decessi da Covid-19, Papa Francesco ha dato la benedizione Urbi et Orbi di fronte allo spazio vuoto e desolato dell’immenso sagrato e di piazza San Pietro (foto).

Era circondato dal colonnato che Bernini progettò nella forma di un abbraccio di pietra, simbolo avvolgente di salvezza per tutta la cristianità.

Sparita dallo spazio fisico e dispersa nelle proprie case dall’interdizione all’assembramento, la folla dei devoti sembrava aver lasciato il Santo Padre nella più assoluta solitudine, in una terra resa desolata dalla catastrofe. Sembrava, perché in realtà lo spazio fisico e la situazione della benedizione erano il contesto di quella che i francesi definirebbero una “mise en image”, cioè una regia, un mettere in immagine predisposto di fronte a fotocamere e telecamere, affinchè fosse osservato in tutto il pianeta da milioni di sguardi, che in quella rappresentazione del Papa hanno sentito con emozione e riconosciuto nei suoi significati più profondi la presenza di un simbolo. Quello di un essere umano solo e tanto esemplare da essere anche “tutti noi”, un’entità ecumenica di speranza e di salvezza. Tuttavia, di questa immagine simbolica dev’essere considerato lo stacco netto rispetto ad una tradizione pastorale ed iconografica dell’arte cristiana, comparata alla quale è possibile cogliere lo spirito della contemporaneità che pervade la rappresentazione voluta da Papa Francesco. In premessa è opportuno ricordare che la parola “chiesa” deriva dal greco “ekklesìa”, adunanza, riunione, termine legato al verbo ekkaleo, cioè chiamare a me, richiamare, e che una parola chiave del Vangelo è “prossimo”, che significa “il più vicino”, con la connotazione di contatto, intimità, amore. Insieme alle figure di alcuni santi, tra cui Sebastiano e Rocco, ai quali la devozione popolare riconosceva un potere taumaturgico, l’immagine simbolica con cui l’arte cristiana ha compiutamente espresso il tema della salvezza dall’epidemia della pestilenza, è senz’altro la Madonna della Misericordia che stende il suo manto protettivo sulla comunità dei fedeli accorpati, cioè riuniti in un solo corpo. Ad Ancona se ne può ammirare una versione scolpita nella pietra d’Istria dal riminese-veneziano Marino di Marco Cedrini nel 1475 ca. (foto) Fu realizzata per la lunetta sovrastante il portale della chiesa anconetana di S. Maria della Misericordia, edificata nell’anno 1399 al di sotto del palazzo comunale, nell’antica piazza della Pescheria, a proteggere i devoti dall’insorgenza di una nuova epidemia, successiva a quella 1348. Distrutta dai bombardamenti del 1943, la chiesa dedicata alla Madonna della Misericordia fu ricostruita in chiave moderna dove oggi si trova, collocando sulla facciata il ricomposto e restaurato portale quattrocentesco del Cedrini. Al di sotto del manto disteso dalla Vergine Maria compaiono i membri della confraternita della Misericordia, tra i committenti della stessa chiesa e di un annesso hospitale, che prestavano soccorso e cure agli ammalati del contagio e che seppellivano i morti. Infatti, lo scultore li rappresenta nel loro povero vestiario di protezione: un saio bianco che negli accoliti sullo sfondo si accompagna ad un cappuccio che copre l’intero volto, lasciando scoperti soltanto gli occhi. Se non fosse per il mandato di pentimento e di espiazione, desumibile dai flagelli con cui si percuotevano il corpo, li potremmo associare con buona approssimazione alle immagini dei medici e del personale sanitario, che da mesi vediamo negli ospedali senza corpo e senza volto, interamente coperti dai dispositivi personali di protezione dal coronavirus, purtroppo non sempre efficaci. E di quanta protezione misericordiosa sentissero di aver bisogno i confratelli, cui mancava del tutto il supporto attuale della scienza, lo dimostra il particolare commovente nella scena di sepoltura dipinta nel 1400 ca. dal pittore camerte Olivuccio di Ciccarello, che mostra il gesto disperato di supplica nel toccare lo stendardo processionale raffigurante la stessa Madonna della Misericordia, per riceverne protezione e salvezza dal male (foto). Peraltro, la tavola è quasi di certo predella di un politticco smembrato che comprendeva una pala centrale raffigurante anch’essa la Madonna della Misericordia, forse dossale d’altare della chiesa anconetana, come ipotizzato da Nadia Falaschini.

Un modello davvero esemplare di stendardo processionale bifacciale, raffigurante la Madonna della Misericordia, è quello dipinto dal Maestro di Staffolo intorno al 1450 e conservato al Museo di Palazzo Venezia a Roma (foto). Tra i devoti, i cardinali e i flagellanti bianchi di una consimile confraternita fabrianese della Misericordia, vi compare anche la figura di un pontefice, forse identificabile con Niccolò V, che soggiornò a Fabriano nel 1449, lo stesso anno in cui la città fu colpita da un’altra pestilenza. Nella cuspide della pala, l’Eterno è mostrato, quasi al pari di un Giove irato che scaglia saette, con fasci di frecce impugnati nelle due mani, simboli dei flagelli della peste. Perciò, questo il senso dell’immagine, solo grazie alla protezione-intercessione della Vergine e di suo figlio Gesù, che bambino viene da lei sostenuto con la mano sinistra, e solo grazie al pentimento, cui allude la presenza dei confratelli flagellanti, la comunità cristiana potrà salvarsi dal male e dalla malattia, guidata dal Sommo Pontefice. Sull’altro lato dello stendardo il messaggio della salvezza dalla pestilenza è affidato alla presenza di San Sebastiano, che su di sé attira le frecce del martirio e del flagello, salvando Fabriano raffigurata alle sue spalle, insieme al protettore della città San Giovanni Battista, che gli è accanto.

Quanta forza simbolica e narrativa abbia avuto nell’arte cristiana il tema della Madonna della Misericordia, lo dimostra la sua longevità, che dal basso Medieovo arriva fino alla metà del ‘700. Ad esempio, lo si ritrova espresso, pur con significati molto diversi, nella scena dell’Apparizione di Maria a San Domenico, sul soffitto affrescato da Giambattista Tiepolo tra il 1737 e il 1739 nella chiesa veneziana di S. Maria del Rosario ai Gesuati (foto). In questa versione del modello iconografico, la Madonna misericordiosa distende il suo manto a protezione dei santi domenicani e del Pontefice, riconoscibile dalla tiara, dalla croce astile a tre traverse e identificabile con Pio V, che aveva associato nel 1571 la vittoria di Lepanto contro i Turchi all’aiuto miracoloso del Rosario. Questo riferimento storico è ripreso da Tiepolo in un tondo monocromo dipinto sopra la porta d’entrata della stessa chiesa. Per inciso, l’ordine dei Domenicani, che aveva commissionato la costruzione della chiesa veneziana e la sua decorazione, valorizzava fortemente la Vergine del Rosario, sia in omaggio alla Madre di Dio e protettrice di Venezia, sia per contrapporre la modalità del rosario come orazione corale, rispetto alla preghiera interiorizzata e contemplativa del quietismo, una corrente mistica fondata alla fine del 1600 dal teologo spagnolo Miguel de Molinos, condannata come eretica e riaffiorata in alcune città italiane, tra cui Venezia, nel secolo dell’Illuminismo.

Così, tornando a Papa Francesco, la sua solitaria e desolata apparizione, intenzionalmente strappata al contesto della comunità, è sembrata a taluni un vero scandalo, una pietra d’inciampo sul cammino tracciato dalla tradizione pastorale nella storia della Chiesa. Tra questi, si è distinto per la radicalità delle argomentazioni il filosofo Giorgio Agamben, che in uno dei suoi interventi pubblicati sul sito della casa editrice Quodlibet, riprende in premessa la teoria espressa in Massa e potere da Elias Canetti, per il quale “solo nella massa l’uomo può essere redento dal timore di essere toccato” ed anzi, in essa vive il sentirsi parte di uno stesso corpo, perché il “prossimo” diviene uguale a noi, “lo sentiamo come ci sentiamo noi stessi”, ricevendone un enorme sollievo. La Chiesa, che nell’immagine simbolica del Papa solitario ha invece fatto proprio il principio del distanziamento, per Agamben si è fatta ancella della scienza, “che è ormai diventata la vera religione del nostro tempo, ha radicalmente rinnegato i suoi principi più essenziali. La Chiesa, sotto un Papa che si chiama Francesco, ha dimenticato che Francesco abbracciava i lebbrosi. Ha dimenticato che una delle opere della misericordia è quella di visitare gli ammalati, che i sacramenti si possono amministrare solo in presenza. Ha dimenticato che i martiri insegnano che si deve essere disposti a sacrificare la vita piuttosto che la fede e che rinunciare al proprio prossimo significa rinunciare alla fede”. Anche rispetto ad una presa di posizione come quella di Agamben, ben più articolata e complessa di quanto qui sia stato possibile riassumere, la messa in immagine di Papa Francesco riveste un valore epocale perché associata alla scelta consapevole di esprimere la misericordia in termini contemporanei, facendo il vuoto intorno a sé per richiamare e riunire la comunità nella virtualità della comunicazione tecnologica. E affidando, non più all’immagine, ma alla parola, l’evocazione del sentirsi tutti insieme nella stessa barca, fragili e impauriti come gli apostoli accanto a Gesù nel mare in tempesta del richiamato passo evangelico di Marco (4, 35-41). Cosicché il distanziamento come misura necessaria, ma tutt’altro che sufficiente, per la salvezza della vita e delle vite umane, è diventato l’annuncio di una misericordia condivisa per il prossimo, l’adempimento di una legge dello Stato e il simbolo di un’alleanza possibile tra la scienza e la fede.








Questo è un articolo pubblicato il 04-06-2020 alle 08:56 sul giornale del 05 giugno 2020 - 525 letture

In questo articolo si parla di cultura, articolo, Francesco Maria Orsolini

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