Fermo: “Non muoio neanche se mi ammazzano”. Il Giorno della Memoria nella Prefettura di Fermo

2' di lettura Ancona 27/01/2020 - Consegnate nel giorno della Shoah dal Prefetto Vincenza Filippi e dal sindaco Paolo Calcinaro le medaglie d’onore ai familiari di Umberto Cocciaretto e di Enrico Gini Silvestri, cittadini della provincia di Fermo, non più in vita, deportati e internati in Germania.

Sono trascorsi 75 anni da quando i cancelli di Auschwitz sono stati abbattuti.

“Oggi, nel ricordo di quello che è stato un momento tragico nella storia dell’umanità, è un giorno molto importante nel quale comprendere quanto la memoria debba rappresentare un valore condiviso”, apre così il Prefetto la cerimonia. Tramandare alle nuove generazioni l’orrore dello sterminio, quella tragedia dell’essere umano che dimenticando di esserlo si lascia vincere dalla barbarie: questo quanto occorre affinché il fuoco dell’intolleranza si spenga definitivamente.

Le scuole rivestono un ruolo fondamentale. Ecco allora la presenza stamane di alcuni studenti del fermano che, attraverso le loro letture, hanno dato voce a poeti, letterati ma anche uomini e donne comuni testimoni dell’Olocausto da Lussu a Levi fino alla senatrice Liliana Segre.

Sei milioni di vite innocenti spezzate. Sei milioni di sogni infranti per sempre.

Solo 13 oggi i sopravvissuti che continuano a perpetuare un messaggio di speranza e di futuro. Lo stesso messaggio di speranza che, come ricorda la dott.ssa Filippi, Salvatore Quasimodo lascia scorgere nella sua “Uomo del mio tempo”.

Giorno della consapevolezza, del ricordo, dell’importanza dell’essere uomo questo di oggi perché, come il professor Castiglioni del Liceo Classico Annibal Caro ha ben spiegato, il dramma dello sterminio di un popolo non è stato vissuto in generale ma da persone singole, ciascuna con un proprio nome, una propria famiglia, un proprio lavoro, un suo progetto di futuro, ciascuna con la propria storia di vita insomma.

“Porsi eticamente nell’atteggiamento della memoria restituendo alla vittime il loro nome, la loro dignità vuol dire assumere la posizione di “angelo della storia”. Spalle e ali rivolte al futuro, vento che spinge avanti, sguardo all’indietro verso chi non ce l’ha fatta”. “Angeli della storia”, continua l’insegnante, “siamo noi quando come oggi riconosciamo nei figli e nei nipoti dei deportati i portatori di una fiamma che non deve spegnersi, quella che fa vedere il bene nella sua fecondità e smaschera il male nella sua banalità”.


di Benedetta Luciani
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Questo è un articolo pubblicato il 27-01-2020 alle 16:14 sul giornale del 28 gennaio 2020 - 2263 letture

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