Giorgio Orfalian, importante esponente della Comunità armena di Roma, ci parla del conflitto armeno-azero per il Nagorno-Karabakh

7' di lettura Ancona 22/11/2020 - Presso la seicentesca Chiesa di S, Nicola da Tolentino, sede del Pontificio Collegio Armeno di Roma, vicino Piazza Barberini, Domenica 22 novembre è stata celebrata, in rito cristiano armeno, una Messa in memoria dei piu’ di 4.000 caduti armeni del conflitto con l’Azerbaigian per la regione del Nagorno-Karabakh: o meglio (col nome originario), Artsakh.

Nel 1991, col crollo dell’impero sovietico, nasceva la Repubblica dell’Armenia indipendente: ma quasi subito si riaccendevano le mai sopite tensioni etniche, religiose e geopolitiche tra l’Armenia, cristiana (primo Paese al mondo, anzi, ad abbracciare il Cristianesimo come religione di Stato nel IV secolo d.C, prima ancora dell’Editto costantiniano di Milano), e l’Azerbaigian, musulmano.Tensioni centrate soprattutto sul controllo della montuosa regione dell’Artsakh: sostanzialmente quasi un’enclave, a popolazione quasi interamente armena, e di religione cristiana, in territorio azero, autoproclamatasi repubblica indipendente nel ‘91 (ma mai riconosciuta sul piano internazionale, con l’eccezione dell’Armenia); e che sfociavano in un primo conflitto azero-armeno nel 1992. L’accordo sul cessare il fuoco del maggio 1994 non scioglieva minimamente i nodi sul tavolo, anzitutto quello dell’indipendenza dell’Artsakh. In un clima di costante tensione, nell’aprile 2016 si riaccendeva brevemente il conflitto. Nell’autunno 2020, è ripreso in pieno tra le due repubbliche: ambedue, tra l’altro, da anni in crisi economica per il crollo del mercato internazionale del petrolio, e decise a garantirsi il controllo della strategica regione dell’Artsakh.

Secondo la presidenza dell'Artsakh, la guerra è scoppiata alle 08:03 del 27 settembre, quando l'esercito azero effettuava alcuni attacchi missilistici e aerei verso paesi e città artsake, compresa la capitale Stepanakert. Al contrario, gli azeri sostengono che il loro esercito stava reagendo all'attacco (alle 06:00) da parte delle forze armate armene. In risposta all'attacco azero, la Repubblica dell'Artsakh introduceva la legge marziale e la mobilitazione totale della popolazione maschile: il pomeriggio dello stesso 27 settembre, anche l'Azerbaigian varava la legge marziale, col coprifuoco nelle principali città. La Repubblica armena, invece, ha deciso una mobilitazione parziale a sostegno dei suoi connazionali nell’Artsakh (non una mobilitazione generale, che sarebbe suonata sostanzialmente come una dichiarazione di guerra all’Azerbaigian).

Dopo alterne vicende, in seguito soprattutto alla conquista azera della città artsaka di Shushi il 7 novembre, la sera stessa viene firmato un accordo trilaterale per la cessazione delle ostilità da ambo le parti. L’Azerbaigian consolida la sua posizione nei territori riconquistati e ottiene alcune zone dell'Artsakh; la Russia si conferma Paese mediatore, e manda una Forza per il mantenimento della pace (con soldati, veicoli e mezzi corazzati). L’accordo prevede la presenza militare russa nella regione per almeno 5 anni; l’Armenia dovrà ritirare le truppe da alcune regioni dell’Artsakh.

Domenica 22 è stata celebrata in chiesa la Messa in suffragio dei caduti armeni di questa seconda guerra per l’ Artsakh: con successivo omaggio, nel giardino attiguo, alle immagini dei soldati, quasi tutti giovanissimi. Un centinaio di persone, tra membri della Comunità armena di Roma (che conta circa 1.000 aderenti solo in città) e italiani variamente simpatizzanti con la causa di Stepanakert e di Yerevan, hanno seguìto attentamente una cerimonia altamente suggestiva. Quasi tutta in lingua armena, ad eccezione della lettura, in italiano, del Vangelo di Luca, con un brano, straordinariamente moderno, centrato sull’esortazione di Cristo agli uomini a non preoccuparsi ossessivamente dei beni materiali, ma a pensare anzitutto alla salvezza dell’anima, svolgendo un ruolo costruttivo nel mondo. Con l’avvocato Giorgio Kevork Orfalian, importante esponente della Comunità armena dell’Urbe (autore tra l’altro, con la giornalista Letizia Leonardi, d’una significativa autobiografia edita nel 2018 da Divinafollia, “Il chicco acre della melagrana”, anche grande affresco storico sulle vicende degli armeni, dal genocidio perpetrato dai turchi nel 1915-’24 ad oggi), abbiam voluto focalizzare i principali nodi di questa vicenda. Un conflitto di cui ambo le parti si rinfacciano le responsabilità, e in cui sull’ Azerbaigian gravano pesanti accuse: dall’impiego di bombe al fosforo e “a grappolo”, anche contro la popolazione civile, sino a una politica di stampo ”talebano”, volta a distruggere, nell Artsakh, importanti chiese, monumenti e siti archeologici che testimoniano lo storico radicamento del Cristianesimo nella civiltà locale.

Avvocato Orfalian, come vedono gli armeni, anche quelli residenti in Italia, questa guerra per l’Artsakh?

Precisiamo anzitutto che noi armeni siamo non per l’annessione dell’Artsakh (che è abitato quasi interamente da armeni) da parte di Yerevan, ma per la sua piena indipendenza, col riconoscimento da parte della comunità internazionale; mentre l’ Azerbaigian, almeno da quel che abbiamo visto sinora, come scelte concrete e dichiarazioni internazionali, sembra volere la piena sovranità su un Artsakh liberato dagli armeni…

E come rispondete alla tesi azera che sarebbe stata l’Armenia, con una serie di provocazioni prima del 27 settembre, a riaccendere la tensione nell’area, e, in seguito, ad attaccare per prima?

Questo non è vero, non abbiamo mai attaccato l’Azerbaigian; sono stati loro ad attaccarci, senza alcun preavviso. Qui voglio ricordare che l’Armenia – con una dichiarazione, all’agenzia Adnkronos, dell’ambasciatrice a Roma, Tsovinar Hambardumyan – ha respinto ufficialmente le accuse di Baku, all’indomani dell’entrata in vigore della prima tregua umanitaria conclusa a Mosca, grazie alla mediazione russa, il 10 ottobre: accuse secondo cui ci sarebbero stati attacchi armeni a Ganja, seconda città dell’Azerbaigian, e altre località, con vittime tra i civili.

E come valutate l’accordo per il cessate il fuoco concluso ultimamente sempre con la mediazione russa, accordo che a Yerevan sta suscitando una forte opposizione popolare?

L’accordo di per sè potrebbe anche andar bene, almeno per il momento: ma tutto dipende da come verrà applicato, da come appunto si comporterà l’Azerbaigian, ma soprattutto la Russia, grande mediatrice. Che mi auguro fortemente non voglia ”venderci” in cambio di chissà quali vantaggi da parte di Baku (dalla quale continua a prendere petrolio, e alla quale continua a vendere armi). Perché teniamo presente che varie clausole di quest’accordo risultano abbastanza pesanti e dolorose per gli armeni sia dell’Artsakh che dell’ Armenia: anzitutto la cessione all’ Azerbaigian di vari distretti di confine (fatta in modo che l’Artsakh, adesso, risulterà in pieno un’enclave di armeni in territorio azero, completamente separata dall’Armenia, cui la congiungerà solo uno stretto “corridoio”,N.d.R.).In questi giorni, gli armeni che vivevano nei distretti che vanno appunto ceduti all’Azerbaigian stanno prendendo la via dell’esilio verso Yerevan: dopo aver scelto dolorosamente di incendiare le proprie case, per non lasciare nulla agli azeri. In ballo, poi, ci sono altri fattori importanti: vedi anzitutto il ruolo della Turchia, grande ”sponsor” di Baku.

Può parlarci di cosa esattamente sta accadendo in Armenia ora, delle reazioni dei cittadini alla conclusione dell’accordo a tre?

In Armenia ci son state forti proteste popolari contro quest’accordo, che la gente giudica troppo arrendevole verso l’Azerbaigian: proteste che stanno portando a una vera e propria crisi politica, col presidente Sargsyan che, molto probabilmente, sarà costretto a sciogliere ambedue le Camere e convocare nuove elezioni nei prossimi mesi.

In questa guerra, poi, tra le cose che piu’ colpiscono c’è stata la grave, incredibile assenza dell’ONU. Limitatosi - come il Consiglio Europeo, l’OSCE e vari Stati (Italia, Francia, Germania, Albania, Vaticano, ecc…) - a semplici appelli ai contendenti per il ripristino della pace. All’Italia, in particolare, cosa chiedete?

Francamente, all’Italia non chiediamo nulla: non per prevenzione nei suoi confronti, ma perché l’Italia e’ un Paese UE, e l’Unione Europea, come sappiamo, davvero può fare ben poco per fermare veramente il conflitto e preparare un futuro migliore per tutte queste terre. L’unico Paese che può fare realmente qualcosa di costruttivo per sciogliere questo nodo che si trascina da decenni, ripeto, è la Russia.


di Fabrizio Federici
redazione@vivereroma.org





Questa è un'intervista pubblicata il 22-11-2020 alle 23:30 sul giornale del 24 novembre 2020 - 385 letture

In questo articolo si parla di cronaca, intervista, Fabrizio Federici

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