Mons. Namo, Rettore Pontificio Collegio Armeno: "Il conflitto con l'Azerbaigian non mina la nostra fede, la nostra speranza in Cristo"

3' di lettura Ancona 25/11/2020 - Domenica 22 novembre (come questa testata ha riferito), la Comunità armena di Roma ha celebrato - nella sua chiesa di San Nicola da Tolentino, vicino Piazza Barberini - una Messa in suffragio dei piu' di 4.000 caduti nella guerra con l'Azerbaigian per il controllo della regione dell'Artsakh, abitata quasi interamente da armeni: in passato sotto la sovranità dell'Azerbaigian (quando quest'ultimo era una delle repubbliche dell' URSS), ma, dal 1991, proclamatasi indipendente col crollo dell' impero sovietico.

Con l'avvocato Giorgio Orfalian, importante esponente della Comunità armena romana, abbiamo parlato ultimamente dei fattori geopolitici e dei retroscena del conflitto armeno-azero per l Artsakh (piu' noto, in Occidente, come Nagorno-Karabakh: guerra che, fra alterrne vicende, dura dal 1992). Con Mons. Narek Namo, Rettore del Pontificio Collegio Armeno di Roma (che ha sede appunto nei locali attigui alla chiesa), focalizziamo maggiormente l'aspetto religioso e spirituale del travaglio che sta vivendo attualmente questo popolo.

Monsignor Namo, qual è stato il significato specifico della cerimonia di Domenica scorsa?

E' stata una cerimonia - con la Messa in rituale cristiano armeno - organizzata dal patriarcato armeno per ricordare il 22 novembre, anche in futuro, come Giorno di commemorazione dei caduti - sia di Stepanakert che di Yerevan - nella guerra in Artsakh. Il nostro popolo è profondamente religioso: la nostra nazione è stata la prima ad abbracciare il Cristianesimo, proprio come religione di Stato, nel 301 d. C., addirittura 12 anni prima dell'Editto costantiniano di Milano del 313, che legalizzò questa religione. Percui manteniamo sempre la fede e la speranza in Cristo, la fiducia che verrà il giorno in cui potremo riprendere le terre che abbiamo perduto.

Chiaramente, Monsignore (precisiamo per nostri lettori), dicendo "le terre che abbiamo perduto" non sottintende un'intenzione di Yerevan di annettersi l'Artsakh...

Certo che no: premesso che non mi piace molto parlare di politica, ma di altri temi, altri aspetti dell'esistenza, mi riferisco semplicemente a quei distretti di confine dell' Artsakh che, con l'ultimo armistizio concluso con la mediazione di Mosca, l'Azerbaigian si è annesso. Ma al punto in cui la guerra, con le sue inaccettabili distruzioni, era giunta ai primi di novembre, veramente l'Armenia e l' Artsakh si son trovati di fronte al dilemma se mantenere quelle terre perdendo migliaia di loro fratelli, vittime dell'escalation del conflitto, o, piu' giustamente, perdere quelle terre ma mantenere in vita questi fratelli. Abbiamo fatto una scelta.

Scelta, credo, dolorosa anche sul piano religioso, spirituale e civile...

Sì, perché in queste terre di confine dell' Artsakh ora cedute a Baku si trova un forte patrimonio culturale: edifici religiosi, soprattutto (come chiese e conventi), molto antichi, pieni di tesori d'arte e di biblioteche straordinarie, che esprimono concretamente la nostra profonda fede cristiana. Dio non voglia che questi edifici siano distrutti (ma vedo, in proposito, segnali preoccupanti), Vedremo come andranno le cose: tutto dipenderà in primis, da come sarà inteso, e tradotto in pratica, l'accordo di pace del 9 novembre. .


di Fabrizio Federici
redazione@vivereroma.org





Questa è un'intervista pubblicata il 25-11-2020 alle 10:44 sul giornale del 26 novembre 2020 - 499 letture

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