Morto, a Roma, Emanuele Macaluso, storico dirigente del vecchio PCI, poi di PDS e PD, siciliano impegnato contro la mafia

3' di lettura Ancona 20/01/2021 - E' morto a Roma, al Policlinico Gemelli, il giornalista, politico, scrittore e sindacalista Emanuele Macaluso. Era ricoverato per problemi cardiaci aggravati dai postumi di una caduta.

Nato a Caltanissetta il 21 marzo del 1924, coetaneo di Giorgio Napolitano, Macaluso fu esponente del PCI sin dai tempi della clandestinità, e venne chiamato da Palmiro Togliatti alla Segreteria divenendone uno tra i più giovani componenti.

Macaluso s'era iscritto al Partito Comunista prima della caduta del Regime fascista. Iniziò la carriera politica nel 1951 come deputato regionale siciliano del PCI. Membro della corrente riformista (o, come egli preferiva, migliorista) del partito, di cui faceva parte anche Giorgio Napolitano, ambedue sulle orme del "Principe dei miglioristi", Giorgio Amendola, nel 1960 entrò nella Direzione del partito. Parlamentare nazionale per sette legislature (1963-1992): fu anche direttore de l'Unità dal 1982 al 1986, e ultimo direttore de Il Riformista dal 2011 al 2012. Quando il Pci si sciolse, aderì al Pds, poi ai DS e, infine, al PD.

Profondamente legato alla sua terra, Macaluso faceva parte di quella coraggiosa schiera di intellttuali siciliani che non s'erano mai fatti intimidire dalla mafia, da Pio la Torre (poi assassinato appunto dai mafiosi a maggio 1982) a Leonardo Sciascia, dal socialista Michele Pantaleone (storico della mafia) a Girolamo Li Causi, da Giovanni Falcone a Paolo Borsellino. Nel 1945, a guerra non ancora finita, Emanuele era stato anche alcuni mesi in carcere, "reo" di aver convissuto con una donna senza ancora averla sposata (solo 20 anni dopo, verso metà anni '60, la Corte costituzionale avrebbe depenalizzato adulterio e "concubinato"!). ll 1 maggio del '47 era stato fra i testimoni della strage di Portella della Ginestra, quando il bandito Salvatore Giuliano aveva sparato contro la folla, uccidendo 11 lavoratori e ferendone molti altri.

Chi scrive l'aveva brevemente conosciuto per ragioni di lavoro. Ma avevo approfondito la sua conoscenza indirettamemte, attraverso il comune, caro amico Giuseppe Averardi (1928- 2019), negli anni '50 suo stretto collega nella dirigenza del PCI. Dopo l'indimenticabile '56, Averardi e altri dirigenti comunisti - come Eugenio Reale e Tomaso Smith, già fondatore di "PaeseSera" - erano usciti dal partito, disgudtati dal filosovietismo ad oltranza mantenuto anche durante la tragedia ungherese; con Macaluso, però, Averardi aveva mantenuto a lungo una personale amicizia. Sino a quando, negli anni '90, Giuseppe, da decenni approdato alle sponde socialiste democratiche, aveva dedicato uno dei suoi libri ("I mutanti") alle interminabili contorsioni - non prive di colpi di scena e forti ambiguità - del vecchio PCI, dal 1989 in poi divenuto PDS, poi DS e,infine, PD. Mandatane copia delle bozze ad Emanuele, per avere un suo parere da dirigente del partito, Giuseppe sì era sentito rispondere che, anzi, se fosse stato lui l'autore del libro, sarebbe stato ancor piu' duro - in tema appunto di ambiguità e manchevolezze - coi dirigenti del partito stesso. A tutto questo, però, era seguìta, tra i due, una forte incomprensione di fondo, sulla validità del socialismo riformista come punto d'arrivo finale della "lunga marcia" del vecchio PCI: incomprensione che non si sarebbe mai piu' sanata, finendo in ultimo col rovinare la vecchia amicizia tra i due anziani politici.

Ciao, caro Emanuele: spero davvero che, dove vai, incontrerai Averardi, e che potrete riconciiarvi. Anche contemplando, da lassù, miserie e buffonate della politica nostrana.


di Fabrizio Federici
redazione@vivereroma.org





Questo è un articolo pubblicato il 20-01-2021 alle 02:28 sul giornale del 21 gennaio 2021 - 179 letture

In questo articolo si parla di cronaca, articolo, Fabrizio Federici

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