LAC: Federcaccia privilegia i “cinghialai” rispetto ai comuni cittadini ed agli altri cacciatori

5' di lettura Ancona 24/01/2021 - Se Federcaccia Marche si è scomodata a “dedicare” alla LAC una pagina a pagamento su un quotidiano nazionale per difendere il “privilegio” dei cacciatori appartenenti alle squadre di braccata al cinghiale, di spostarsi liberamente al di fuori dei propri comuni di residenza, in regime di Covid, evidentemente considera i “cinghialai” una categoria “speciale” rispetto a tutti gli altri cittadini, ma anche nei confronti del resto dei cacciatori, che invece sono costretti a restare tappati in casa.

D’altra parte a Federcaccia i soldi non mancano visto che, in base all’art. 24, comma “C” della Legge n. 157/92, percepisce ogni anno dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali oltre la metà del milione ed oltre di euro dei finanziamenti riservati alle 7 associazioni venatorie riconosciute. Soldi che però, in base all’art. 26, comma 1 della stessa Legge n. 157/92, spetterebbero anche ai proprietari e conduttori di fondi agricoli, come risarcimento per i danni da essi subìti dalla fauna selvatica e dalla stessa attività venatoria. Indennizzi che sarebbero dovuti essere corrisposti ogni anno, a partire dal 1992, a tutti i proprietari di fondi agricoli, in quanto soggetti alla cd. “servitù venatoria”, dal famigerato art. 842 del Codice Civile, che permette ai soli cacciatori di entrare armati nelle proprietà altrui, anche senza il permesso dei legittimi proprietari, ma che gli A.T.C. e le associazioni venatorie come Federcaccia si sono sempre ben guardati di pagare.

Per tornare al presunto e indispensabile ruolo di “controllo” faunistico sulla popolazione di cinghiale da parte delle 200 squadre di cinghialai marchigiani, ognuna composta da svariate decine di cacciatori, come sostenuto da Federcaccia, è chiaro che si continua a "giocare" sull'ambiguità del significato di parole come "prelievo", "controllo" e "selezione", abbinandole a caso tra loro, ma che indicano invece tre fattispecie molto diverse di modalità di caccia. Infatti, se la "motivazione" della Regione Marche e quindi della Prefettura di permettere ai cacciatori di muoversi liberamente, anche in regime di Covid, per partecipare alle battute collettive in "braccata", col rischio quindi di far scoppiare focolai pandemici, è quella di contenere il numero dei cinghiali e quindi di prevenirne i danni, ecco che la forma della braccata è quella meno indicata, essendo la meno selettiva.

Tutti gli studi scientifici ed i censimenti faunistici hanno dimostrato infatti che la caccia in “braccata” scatena un aumento della prolificità nei cinghiali, ed una loro maggiore diffusione e dispersione sul territorio. Quindi, se lo scopo era quello di "controllare" e di ridurre il numero dei cinghiali, la Regione e la Prefettura avrebbero semmai dovuto permettere una caccia di "selezione" ai cinghiali, ai sensi dell’art. 19 della Legge n. 157/92, affidandola però al personale preposto ed adeguatamente formato allo scopo, non certo alle squadre dei cinghialai. Con la scusa infatti che i cinghiali si stanno sempre più urbanizzando, procurando danni alle colture agricole ed incidenti stradali, fenomeno come detto indotto dalle stesse braccate, che spingono gli animali a rifugiarsi nei centri abitati, la figura del cacciatore si sta quindi ritagliando un ruolo di utilità sociale, una sorta di "salvatore della Patria", ovviamente del tutto paradossale ed infondato.

E’ utile infatti ricordare ai cittadini che, se oggi ci ritroviamo i cinghiali sotto casa, dobbiamo "ringraziare" per questo proprio i cacciatori, i quali, a partire dagli anni '70 del secolo scorso, hanno iniziato ad immettere in Italia, per i loro scopi venatori, la specie di cinghiale dell'Est Europa, molto più grande e soprattutto più prolifica rispetto a quella "italica", che era presente solo in alcune ristrette aree del nostro Paese. E per aumentarne la sua prolificità, hanno anche fatto accoppiare i cinghiali con i maiali, creando un incrocio, che si è adattato benissimo al nostro habitat.

La caccia al cinghiale è quindi diventata un florido "mercato" per i cacciatori, in gran parte clandestino e legato alla filiera alimentare ed alla commercializzazione della carne, prodotto dalle braccate. Trattandosi però di un mercato "nero" e quindi "sommerso" di carne di cinghiale, le carcasse degli animali abbattuti nel corso delle braccate vengono poi scuoiati, macellati, eviscerati, in strutture come case di campagna, garage ecc..., certamente non idonee allo scopo e dove non possono essere rispettate le minime prescrizioni igieniche e sanitarie, oltretutto in questo periodo di pandemia! Il rischio sanitario associato al consumo di carni non sottoposte a controlli veterinari è dunque molto alto e quelle di cinghiale, in particolare, potrebbero portare a contrarre una zoonosi parassitaria pericolosa come la Trichinellosi, oppure diventare il veicolo indiretto della terribile Peste Suina, ma anche essere portatrici della Tubercolosi, come accade da anni per i cinghiali cacciati nella zona del monte San Vicino, che hanno contratto la TBC da una mandria di bovini infetti.

Per questo motivo le sezioni LAC di Marche ed Umbria hanno effettuato nelle rispettive Regioni un dettagliato accesso civico per sapere come vengano attuate le indispensabili operazioni di controllo igienico e sanitario, lungo tutta la filiera delle carni da selvaggina. Lo scopo è di “squarciare” il velo su un mondo, quello del commercio della carne di cinghiale, per molti aspetti occulto ed omertoso e far emergere così il ricco business direttamente collegato alla caccia in braccata! Un processo che dovrebbe essere monitorato per legge, per garantire la salute dei consumatori di carne di selvaggina, “proprietà” dello Stato, ed il cui consumo legale e privo di rischi per la salute umana, deve essere assolutamente assicurato, per il bene di tutti i cittadini e non solo dei cacciatori di cinghiale...








Questo è un comunicato stampa pubblicato il 24-01-2021 alle 19:45 sul giornale del 25 gennaio 2021 - 1103 letture

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