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Le storie dell'arte: danzare sulla "Flagellazione", Piero della Francesca e l’arte dei gesti

Piero della Francesca - Flagellazione di Cristo 5' di lettura Ancona 09/08/2022 - Urbino celebra il sesto centenario dalla nascita di Federico da Montefeltro con importanti eventi espositivi e culturali dedicati al grande mecenate del rinascimento italiano.

Tra questi, la mostra Federico da Montefeltro e Francesco di Giorgio. Urbino crocevia delle arti valorizza il caso esemplare della Flagellazione di Cristo di Piero della Francesca, illuminandolo con alcune rilevanti indicazioni interpretative formulate in catalogo dal curatore Alessandro Angelini.

Per gettare una nuova luce sul celeberrimo dipinto è stato anche scelto un singolare percorso di lettura dell’opera, complementare a quello storico-artistico, affidato all’arte coreutica e a quella sua particolare specificazione dell’arte dei gesti, sperimentata in Italia da Virgilio Sieni. Grazie alla sua performance Flagellazione e alla Lezione sul gesto, che si è svolta nel cortile d’onore del palazzo ducale, i suoi allievi e i visitatori della mostra coinvolti nell’evento performativo hanno potuto immedesimarsi con le figure e gli spazi del dipinto di Piero della Francesca. In sostanza, l’arte coreutica e quella dei gesti messe in azione da Virgilio Sieni hanno sciolto, come fossero nodi, le posture con cui Piero della Francesca ha bloccato i singoli personaggi nella loro forma-figura, chiudendoli in un’essenza di perfezione, correlata con l’ordine matematico dello spazio e della luce.

Performance della Lezione sul gesto di Virgilio Sieni, Cortile d’onore del Palazzo Ducale di Urbino

Performance della Lezione sul gesto di Virgilio Sieni, Cortile d’onore del Palazzo Ducale di Urbino

Così, il movimento della vita e la concretezza dei corpi dell’evento performativo si sono sovrapposti come proiezioni alle essenze-esistenze dipinte da Piero della Francesca, sollevandole dalla loro impenetrabilità e impassibilità “che nessuna emozione sembra possa turbare”, come ha scritto Bernard Berenson nel suo saggio del 1950 Piero della Francesca o dell’arte non eloquente, una pietra miliare nella storia della critica del dipinto. Il processo di proiezione non avrebbe potuto dispiegare i suoi effetti così suggestivi se non avesse compreso anche lo spazio, associando quello reale del cortile d’onore a quello dipinto dal maestro di Sansepolcro nelle due scene affiancate della Flagellazione. E in effetti, con lo stesso rigore matematico e la stessa sensibilità umanistica verso l’antico, ingredienti determinanti dell’arte prospettica di Piero della Francesca, Luciano Laurana progettò nel sesto decennio del Quattrocento lo spazio del cortile d’onore e della nuova ala del palazzo, orientandosi all’architettura di Leon Battista Alberti, che quasi certamente conobbe in occasione del suo soggiorno urbinate del 1464.

Perciò, la Flagellazione di Cristo di Piero della Francesca può essere considerata a tutti gli effetti il nucleo generatore della cultura prospettica applicata alle arti figurative che si sviluppò ad Urbino, anche grazie a Fra Carnevale, ma poi estesa all’arte edificatoria che in quelle stesse immagini veniva raffigurata, dando vita ad un modello, unico in Italia e nell’Europa intera. Sicché “non un palazzo, ma una città in forma di palazzo esser pareva”, secondo la ben nota definizione di Baldassarre Castiglione. Una costruzione tanto gigantesca quanto articolata, che nell’arco di un trentennio vide impegnati nella progettazione Luciano Laurana, Fra Carnevale, Giuliano da Maiano e Francesco di Giorgio, l’architetto e scultore senese al quale è dedicata una specifica sezione della mostra.

Performance della Lezione sul gesto, particolare della Flagellazione di Cristo

Performance della Lezione sul gesto, particolare della Flagellazione di Cristo

Ma è la Flagellazione di Piero la pietra angolare dell’intero percorso espositivo, in virtù del fatto che lo fu anche della fabbrica con cui Federico da Montefeltro portò a termine la sua impresa più memorabile, quella per cui non dovette usare le armi, ma le arti e il sapere, mettendo a frutto gli insegnamenti dell’umanista Vittorino da Feltre, che ebbe come maestro a Mantova. Tale considerazione della tavola dipinta si basa in primo luogo sull’assunto della sua datazione anticipata agli anni 1451-1452, ben prima del successivo soggiorno di Piero della Francesca ad Urbino nel 1461-’62. Ciò attribuisce al dipinto la sua vera natura di opera programmatica, dichiarazione di poetica, come pure di esercizio virtuosistico sull’arte prospettica offerto a distanza al giudizio del mecenate più facoltoso e culturalmente più dotato che l’avesse potuto apprezzare, come effettivamente avvenne.

In secondo luogo, il curatore Alessandro Angelini riporta in primo piano i valori formali dell’arte “ineloquente” di Piero della Francesca, la sua radicale indifferenza all’aspetto emotivo e alla narrazione dei soggetti sacri o storici come accadimenti reali e particolari. Attitudine specifica della sua arte che negli stessi anni Piero esercita sugli affreschi delle chiese di San Francesco a Rimini e ad Arezzo. Con ciò il curatore ridimensiona la questione iconografica del dipinto, su cui si è sedimentata una bibliografia monumentale, facendo propria l’associazione della scena ad un tema evangelico desunto da Matteo (27, 15-26), ovvero la consegna da parte di un soldato romano di Barabba ad un notabile ebreo, come antefatto della Flagellazione e della Passione di Cristo. Ciò non toglie che gli abbigliamenti dei personaggi rivelino, comunque, un traslato riferimento di Piero al contesto storico dell’imminente caduta dell’impero d’Oriente, con conquista di Costantinopoli nel 1453 da parte degli Ottomani.

Piero della Francesca, Flagellazione di Cristo, particolare della mano di Pilato

Piero della Francesca, Flagellazione di Cristo, particolare della mano di Pilato

Infatti, la figura di Pilato è seduta al trono mentre assiste alla Flagellazione, indossando gli abiti cerimoniali dell’ultimo imperatore d’Oriente Giovanni VIII Paleologo, mentre l’unica figura vista di spalle e vestita alla turca, con il caftano stretto in vita e il turbante, rappresenta il sultano Maometto II. Ed è ancora al gesto, quello della loro mano sinistra, il nodo indiziario in cui Piero concentra tutto il significato evocativo della figura-personaggio e di ciò che significa la sua presenza nel contesto della scena rappresentata: la mano di Pilato-Giovanni VIII Paleologo è abbandonata e come scivolata priva di forza sulla gamba, mentre la mano di Maometto II rivolta verso il Cristo flagellato è irrigidita, con le dita contratte come nell’atto di afferrare con forza improvvisa e violenta, come gli artigli di un predatore. A dimostrazione che l’arte dei gesti vive nella storia dell’arte e viceversa.








Questo è un articolo pubblicato il 04-10-2022 alle 16:58 sul giornale del 10 agosto 2022 - 361 letture

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