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CULTURA |
da Francesco Maria Orsolini |
Le storie dell’arte Edgardo Mannucci: Il primordio e l’astratto nella scultura italiana del Novecento [prima parte] |
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Due articoli del ciclo "Le Storie dell'Arte" del Prof Francesco Maria Orsolini, dedicati ad uno dei più importanti artisti marchigiani e tra gli scultori più iconici del XX secolo, Edgardo Mannucci. Lo scultore fabrianese al centro di due esposizioni nel contesto della fiera Milanese MIART2023 Un fuoco dal calore ipernaturale, sconosciuto all’essere umano, precipitò dal cielo di Hiroschima e Nagasaki il 6 e il 9 agosto del 1945. Hiroshima, 1945, immagine di repertorio La conclusione disumana e devastante oltre ogni limite della seconda guerra mondiale, che provocò oltre 200.000 morti, ai quali se ne aggiunsero successivamente altre migliaia per le conseguenze delle radiazioni nucleari, si estese così ben oltre i confini geografici entro i quali si era sviluppato il conflitto, dilatandosi su un orizzonte di catastrofe planetaria e di una moderna apocalisse. Nuovi e radicali interrogativi animarono la riflessione filosofica e il dibattito culturale, concentrati intorno al rapporto tra etica e scienza, tra uomo, natura e tecnologia. Nelle arti visive si affermò, alla seconda metà degli anni ’40 e nel decennio successivo, la costellazione dell’Informale, un orientamento molto eterogeneo che però si sviluppava intorno a due polarità dominanti: il mondo della vita che si affaccia alla coscienza attraverso l’emozione, l’inconscio e l’archetipico, senza sottostare all’ordine raziocinante (in evidente continuità con il surrealismo), e il paradigma del “qui e ora”, del come se non ci fosse un domani nel rapporto tra l’uomo, il mondo fisico e le cose che lo circondano. All’ambito dell’arte informale viene generalmente e genericamente associato Edgardo Mannucci, che in varie interviste ha richiamato il messaggio epocale della bomba atomica e l’enorme sconvolgimento che determinò nella sua coscienza di testimone, ma anche, secondo le riflessioni di Günter Anders e di Kenzaburō Ōe, di scampato e sopravvissuto, non solo alla guerra, ma anche alla bomba atomica, perché l’uso della fissione nucleare per la creazione di ordigni di distruzione di massa rende tutti gli uomini potenziali hibakusha (vittime giapponesi delle radiazioni nucleari), rende tutti gli uomini consapevoli (ed eticamente responsabili) che un conflitto nucleare rappresenterebbe la scelta irrevocabile e definitiva dell’autoannientamento. Hiroshima, 1945, una vittima della bomba atomica, immagine di repertorio Ed è questo uno dei motivi che rendono così attuale il messaggio di Edgardo Mannucci nel contesto storico che stiamo vivendo, sconvolto da eventi che fanno apparire la vita umana ancora più fragile di quanto non lo sia già di per sé, tra i quali l’invasione russa dell’Ucraina e la guerra ai confini dell’Unione Europea. La stessa terra in cui prese vita la filosofia, sembra oggi dominata dal sonno della ragione che produce mostri, che alimenta il conflitto con un massiccio invio di armamenti, invece di spegnerlo con le armi della diplomazia, le uniche che una coscienza collettiva memore delle atrocità della prima e della seconda guerra mondiale dovrebbe concepire, invece di registrare passivamente persino il paventato abominio del ricorso ad armi nucleari. La figura e l’opera di Edgardo Mannucci sono state al centro di due recenti occasioni espositive, promosse entrambe a Milano nel contesto temporale di MIART 2023. Alla principale fiera d’arte contemporanea italiana, la Galleria Spazia di Bologna ha esposto una raccolta molto selezionata di opere dal 1950 agli anni’ 80, mentre alla ArteA Gallery è stata inaugurata la mostra Edgardo Mannucci. Forma ed origine, curata da Gianluca Ranzi e conclusa nel mese di maggio. Nel bel catalogo, riccamente illustrato e con un documentato repertorio di mostre personali e collettive, il curatore delinea in una sintesi puntuale e coerente la ricerca espressiva di Mannucci, considerando come nodo nevralgico del suo percorso la vicinanza agli artisti del Gruppo Origine, che merita alcuni approfondimenti e precisazioni. Tenuto a battesimo nel novembre del 1950 dal pittore milanese Mario Ballocco sulla sua rivista “A Z Arte d’oggi”, il Gruppo Origine esordisce con una mostra allestita nella casa romana di Ettore Colla. Insieme alle sue opere, vengono esposte quelle di Alberto Burri, Giuseppe Capogrossi e Ballocco che, appena sei mesi dopo, nell’aprile del 1951, si distacca dal Gruppo a causa del testo critico di presentazione della mostra, che Colla e Capogrossi avevano modificato rispetto a quello concordato. Ritenendosi di fatto estromesso, Ballocco esce sbattendo la porta e lanciando l’accusa tranchant di un “primitivismo” di maniera, rivolta agli ex consociati romani, tra i quali comprende anche Corrado Cagli, che Piero Dorazio conferma essere stato un ispiratore influente del Gruppo. A Cagli, in particolare, Ballocco indirizza in modo ellittico la sua freccia più velenosa, scrivendo sulla rivista “non ci prestiamo a prendere sul serio le vanità, quindi a polemizzare ad esempio con i fantasmi “incagliati” (riferito a Cagli, ndr.) nelle rivoluzioni a spruzzo”, con un richiamo alla “pittura soffiata”, tecnica che risale all’arte parietale del paleolitico superiore (grotte di Pech Merle e Lascaux), consistente nello spruzzo, direttamente dalla bocca o tramite un osso bucato, di pigmenti polverizzati, che Cagli poi riattualizzò in modo sistematico con l’uso dell’aerografo. E sullo stesso numero della rivista, un giovane Emilio Garroni, nell’insolita veste di critico militante, recensisce la mostra Arte astratta e concreta a Valle Giulia, richiamando nuovamente l’uso accademico dell’aerografo da parte di Cagli e associando a Zadkine il Mannucci della fase post cubista. Edgardo Mannucci, Ballerina, scultura in gesso, 1946-‘47 A partire dal 1953, molto orientata da Emilio Villa che nel frattempo ne era divenuto il critico militante e l’intellettuale più autorevole, la compagine romana dette vita alla Fondazione Origine e alla rivista Arti visive, che riunivano Ettore Colla, Alberto Burri, Giuseppe Capogrossi, Achille Perilli, Piero Dorazio, Enrico Prampolini, Corrado Cagli e altri. Nell’attività della Fondazione Origine “fu molto rilevante la collaborazione dello scultore Edgardo Mannucci”, come ha scritto Piero Dorazio. Una delle prime mostre organizzate nel 1953 dalla Fondazione fu interamente dedicata a Giacomo Balla, riconosciuto come il capostipite di una costruzione dello spazio in termini puramente astratti. Insieme a Ettore Colla, il principale artefice di questo omaggio al maestro del Futurismo fu proprio Edgardo Mannucci, che lo aveva conosciuto e frequentato a Roma fin dagli anni ’30. Questo il ricordo di Piero Dorazio: “L’esposizione di Balla fu importantissima, la prima a lui interamente dedicata dopo moltissimo tempo. Tramite Edgardo Mannucci – uno dei primi soci della “Fondazione Origine”(sott.nostra, ndr) – conobbi Balla, che in quegli anni tutti pensavano fosse morto. Mannucci un giorno mi portò a Castel Sant’Angelo, era febbraio, e lì seduto su una panchina che prendeva il sole, trovammo Balla. Ci invitò subito a casa sua e ci mostrò un palchettone sopra la cucina dove aveva praticamente nascosto tutti i suoi quadri futuristi. Con Mannucci tirammo giù tutti questi dipinti, li srotolammo, applicammo le tele sui telai e restaurammo i disegni”. All’epoca l’associazione del Futurismo al fascismo era ancora lo stigma che inibiva qualsiasi operazione critico-filologica, tanto meno qualsiasi riconoscimento negli organi d’informazione, cosicché la mostra non riscosse alcun successo e Palma Bucarelli, all’epoca già direttrice della Galleria Nazionale d’Arte moderna di Roma, non accolse l’invito di andare a far visita all’anziano maestro di Compenetrazioni iridescenti che, ben prima di Carlo Belli e degli artisti de “Il Milione”, deve essere considerato uno dei fondatori dell’astrattismo italiano. Giacomo Balla, Complesso plastico colorato di frastuono+danza+allegria, 1915, da “MANIFESTO DELLA RICOSTRUZIONE FUTURISTA DELL’UNIVERSO Quindi è proprio questo il crogiolo intellettuale e artistico in cui deve essere individuata l’origine della svolta radicale impressa da Mannucci alla scultura italiana del secondo dopoguerra e alla sua personale ricerca espressiva; senza nulla togliere all’interesse per le opere del processo che lo portò ad un progressivo abbandono del figurativo, anche nelle sue varianti più evolute in senso post cubista, di cui è espressione emblematica l’opera in gesso Ballerina del 1946. Dal film Totò cerca moglie, 1950, regia di Carlo Ludovico Bragaglia Peraltro, questa scultura fu scelta dallo scenografo Riccardo Domenici per il film Totò cerca moglie del 1950, a caratterizzare l’ambientazione della casa-studio in cui l’attore interpreta il personaggio di un artista d’avanguardia “assenteista” (versione caricaturale di astrattista, dal latino abstraho=togliere, sottrarre), impelagato nelle vicende rocambolesche del suo matrimonio. Edgardo Mannucci, Scultura n. 11, 1949-'50, “Arti visive”, n 1, 1951, da www.capti.it Nelle piccole sculture prodotte tra la fine degli anni ’40 e il 1950 con la fusione in bronzo, tecnica che sarà repentinamente abbandonata nelle opere degli anni successivi, Mannucci disgrega il volume, liberando e costruendo lo spazio con frammenti di linee e piani reticolati, che lo attraversano, lo compenetrano dinamicamente con andamenti ascensionali spiraliformi ed ellittici. Edgardo Mannucci, Opera n. 3, 1950, fusione in bronzo, “Arti visive”, n 1, 1951, da www.capti.it Con ciò dichiarando apertamente la familiarità congenita con il costruttivismo astratto-dinamico dello spazio nel suo farsi opera e immagine, che Balla espone in termini programmatici nel suo Complesso plastico+frastuono+allegria, pubblicato nel “Manifesto della ricostruzione futurista dell’Universo” del 1915. Quanto Mannucci considerasse l’astrattismo la matrice imprescindibile di tutta l’arte contemporanea, come pure della sua personale ricerca espressiva, lo ha testimoniato di recente Gaia Remiddi, già professore ordinario di Progettazione architettonica e urbana all'Università "La Sapienza" di Roma, intervistata per un docuvideo dedicato all’artista fabrianese, che la Remiddi ebbe occasione di conoscere e apprezzare come didatta nel 1953, docente di Figura e Ornato modellato al Liceo Artistico di Via Ripetta a Roma, in cui aveva avuto incarichi d’insegnamento fin dagli anni ‘30.
Le storie dell’arte, articoli già pubblicati:
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Le storie dell’arte Edgardo Mannucci: Il primordio e l’astratto nella scultura italiana del Novecento [prima parte]
Due articoli del ciclo "Le Storie dell'Arte" del Prof Francesco Maria Orsolini, dedicati ad uno dei più importanti artisti marchigiani e tra gli scultori più iconici del XX secolo, Edgardo Mannucci. Lo scultore fabrianese al centro di due esposizioni nel contesto della fiera Milanese MIART2023
Un fuoco dal calore ipernaturale, sconosciuto all’essere umano, precipitò dal cielo di Hiroschima e Nagasaki il 6 e il 9 agosto del 1945.
Hiroshima, 1945, immagine di repertorio
La conclusione disumana e devastante oltre ogni limite della seconda guerra mondiale, che provocò oltre 200.000 morti, ai quali se ne aggiunsero successivamente altre migliaia per le conseguenze delle radiazioni nucleari, si estese così ben oltre i confini geografici entro i quali si era sviluppato il conflitto, dilatandosi su un orizzonte di catastrofe planetaria e di una moderna apocalisse. Nuovi e radicali interrogativi animarono la riflessione filosofica e il dibattito culturale, concentrati intorno al rapporto tra etica e scienza, tra uomo, natura e tecnologia. Nelle arti visive si affermò, alla seconda metà degli anni ’40 e nel decennio successivo, la costellazione dell’Informale, un orientamento molto eterogeneo che però si sviluppava intorno a due polarità dominanti: il mondo della vita che si affaccia alla coscienza attraverso l’emozione, l’inconscio e l’archetipico, senza sottostare all’ordine raziocinante (in evidente continuità con il surrealismo), e il paradigma del “qui e ora”, del come se non ci fosse un domani nel rapporto tra l’uomo, il mondo fisico e le cose che lo circondano. All’ambito dell’arte informale viene generalmente e genericamente associato Edgardo Mannucci, che in varie interviste ha richiamato il messaggio epocale della bomba atomica e l’enorme sconvolgimento che determinò nella sua coscienza di testimone, ma anche, secondo le riflessioni di Günter Anders e di Kenzaburō Ōe, di scampato e sopravvissuto, non solo alla guerra, ma anche alla bomba atomica, perché l’uso della fissione nucleare per la creazione di ordigni di distruzione di massa rende tutti gli uomini potenziali hibakusha (vittime giapponesi delle radiazioni nucleari), rende tutti gli uomini consapevoli (ed eticamente responsabili) che un conflitto nucleare rappresenterebbe la scelta irrevocabile e definitiva dell’autoannientamento.
Hiroshima, 1945, una vittima della bomba atomica, immagine di repertorio
Ed è questo uno dei motivi che rendono così attuale il messaggio di Edgardo Mannucci nel contesto storico che stiamo vivendo, sconvolto da eventi che fanno apparire la vita umana ancora più fragile di quanto non lo sia già di per sé, tra i quali l’invasione russa dell’Ucraina e la guerra ai confini dell’Unione Europea. La stessa terra in cui prese vita la filosofia, sembra oggi dominata dal sonno della ragione che produce mostri, che alimenta il conflitto con un massiccio invio di armamenti, invece di spegnerlo con le armi della diplomazia, le uniche che una coscienza collettiva memore delle atrocità della prima e della seconda guerra mondiale dovrebbe concepire, invece di registrare passivamente persino il paventato abominio del ricorso ad armi nucleari.
La figura e l’opera di Edgardo Mannucci sono state al centro di due recenti occasioni espositive, promosse entrambe a Milano nel contesto temporale di MIART 2023. Alla principale fiera d’arte contemporanea italiana, la Galleria Spazia di Bologna ha esposto una raccolta molto selezionata di opere dal 1950 agli anni’ 80, mentre alla ArteA Gallery è stata inaugurata la mostra Edgardo Mannucci. Forma ed origine, curata da Gianluca Ranzi e conclusa nel mese di maggio. Nel bel catalogo, riccamente illustrato e con un documentato repertorio di mostre personali e collettive, il curatore delinea in una sintesi puntuale e coerente la ricerca espressiva di Mannucci, considerando come nodo nevralgico del suo percorso la vicinanza agli artisti del Gruppo Origine, che merita alcuni approfondimenti e precisazioni.
Tenuto a battesimo nel novembre del 1950 dal pittore milanese Mario Ballocco sulla sua rivista “A Z Arte d’oggi”, il Gruppo Origine esordisce con una mostra allestita nella casa romana di Ettore Colla. Insieme alle sue opere, vengono esposte quelle di Alberto Burri, Giuseppe Capogrossi e Ballocco che, appena sei mesi dopo, nell’aprile del 1951, si distacca dal Gruppo a causa del testo critico di presentazione della mostra, che Colla e Capogrossi avevano modificato rispetto a quello concordato. Ritenendosi di fatto estromesso, Ballocco esce sbattendo la porta e lanciando l’accusa tranchant di un “primitivismo” di maniera, rivolta agli ex consociati romani, tra i quali comprende anche Corrado Cagli, che Piero Dorazio conferma essere stato un ispiratore influente del Gruppo. A Cagli, in particolare, Ballocco indirizza in modo ellittico la sua freccia più velenosa, scrivendo sulla rivista “non ci prestiamo a prendere sul serio le vanità, quindi a polemizzare ad esempio con i fantasmi “incagliati” (riferito a Cagli, ndr.) nelle rivoluzioni a spruzzo”, con un richiamo alla “pittura soffiata”, tecnica che risale all’arte parietale del paleolitico superiore (grotte di Pech Merle e Lascaux), consistente nello spruzzo, direttamente dalla bocca o tramite un osso bucato, di pigmenti polverizzati, che Cagli poi riattualizzò in modo sistematico con l’uso dell’aerografo. E sullo stesso numero della rivista, un giovane Emilio Garroni, nell’insolita veste di critico militante, recensisce la mostra Arte astratta e concreta a Valle Giulia, richiamando nuovamente l’uso accademico dell’aerografo da parte di Cagli e associando a Zadkine il Mannucci della fase post cubista.
Edgardo Mannucci, Ballerina, scultura in gesso, 1946-‘47
A partire dal 1953, molto orientata da Emilio Villa che nel frattempo ne era divenuto il critico militante e l’intellettuale più autorevole, la compagine romana dette vita alla Fondazione Origine e alla rivista Arti visive, che riunivano Ettore Colla, Alberto Burri, Giuseppe Capogrossi, Achille Perilli, Piero Dorazio, Enrico Prampolini, Corrado Cagli e altri. Nell’attività della Fondazione Origine “fu molto rilevante la collaborazione dello scultore Edgardo Mannucci”, come ha scritto Piero Dorazio. Una delle prime mostre organizzate nel 1953 dalla Fondazione fu interamente dedicata a Giacomo Balla, riconosciuto come il capostipite di una costruzione dello spazio in termini puramente astratti. Insieme a Ettore Colla, il principale artefice di questo omaggio al maestro del Futurismo fu proprio Edgardo Mannucci, che lo aveva conosciuto e frequentato a Roma fin dagli anni ’30. Questo il ricordo di Piero Dorazio: “L’esposizione di Balla fu importantissima, la prima a lui interamente dedicata dopo moltissimo tempo. Tramite Edgardo Mannucci – uno dei primi soci della “Fondazione Origine”(sott.nostra, ndr) – conobbi Balla, che in quegli anni tutti pensavano fosse morto. Mannucci un giorno mi portò a Castel Sant’Angelo, era febbraio, e lì seduto su una panchina che prendeva il sole, trovammo Balla. Ci invitò subito a casa sua e ci mostrò un palchettone sopra la cucina dove aveva praticamente nascosto tutti i suoi quadri futuristi. Con Mannucci tirammo giù tutti questi dipinti, li srotolammo, applicammo le tele sui telai e restaurammo i disegni”. All’epoca l’associazione del Futurismo al fascismo era ancora lo stigma che inibiva qualsiasi operazione critico-filologica, tanto meno qualsiasi riconoscimento negli organi d’informazione, cosicché la mostra non riscosse alcun successo e Palma Bucarelli, all’epoca già direttrice della Galleria Nazionale d’Arte moderna di Roma, non accolse l’invito di andare a far visita all’anziano maestro di Compenetrazioni iridescenti che, ben prima di Carlo Belli e degli artisti de “Il Milione”, deve essere considerato uno dei fondatori dell’astrattismo italiano.
Giacomo Balla, Complesso plastico colorato di frastuono+danza+allegria, 1915, da “MANIFESTO DELLA RICOSTRUZIONE FUTURISTA DELL’UNIVERSO
Quindi è proprio questo il crogiolo intellettuale e artistico in cui deve essere individuata l’origine della svolta radicale impressa da Mannucci alla scultura italiana del secondo dopoguerra e alla sua personale ricerca espressiva; senza nulla togliere all’interesse per le opere del processo che lo portò ad un progressivo abbandono del figurativo, anche nelle sue varianti più evolute in senso post cubista, di cui è espressione emblematica l’opera in gesso Ballerina del 1946.
Dal film Totò cerca moglie, 1950, regia di Carlo Ludovico Bragaglia
Peraltro, questa scultura fu scelta dallo scenografo Riccardo Domenici per il film Totò cerca moglie del 1950, a caratterizzare l’ambientazione della casa-studio in cui l’attore interpreta il personaggio di un artista d’avanguardia “assenteista” (versione caricaturale di astrattista, dal latino abstraho=togliere, sottrarre), impelagato nelle vicende rocambolesche del suo matrimonio.
Edgardo Mannucci, Scultura n. 11, 1949-'50, “Arti visive”, n 1, 1951, da www.capti.it
Nelle piccole sculture prodotte tra la fine degli anni ’40 e il 1950 con la fusione in bronzo, tecnica che sarà repentinamente abbandonata nelle opere degli anni successivi, Mannucci disgrega il volume, liberando e costruendo lo spazio con frammenti di linee e piani reticolati, che lo attraversano, lo compenetrano dinamicamente con andamenti ascensionali spiraliformi ed ellittici.

