Falconara: Dc, 'Un comune senza speranze'
In qualche tempo passato era scattata la molla del rinnovamento “comunque” e il desiderio dell’uomo del “Castello” era quello di fare del nostro modesto centro urbano una “metropoli di fama”, ma già in quel “felice momento” si erano perse le “radici e le tradizioni” del “borgo falconarese”.
Il primo cittadino di allora aveva contaminato il suo “staff” con la voglia di rinnovare e riqualificare a tutti i costi ed era divenuto un “desiderio frenetico” che aveva assalito anche la Giunta: un virus che si era allargato sino ai sostenitori e simpatizzanti sollevando qualche perplessità e qualche riflessione anche tra i suoi adepti. Oggi Falconara è una cittadina “sospesa” tra il passato recente e la realtà di oggi, divenendo così un contenitore di cartone dove è stato riposto un cumulo di idee stantie, vecchie, in parte superate, in parte irrealizzabili, dalle quali possono emergere soluzioni becere, inaffidabili, assai poco rispondenti alle reali necessità della collettività falconarese.
In questi ultimi tempi l’Amministrazione dell’Ente ha prodotto lo sforzo di “incipriare il naso” alla città, dimenticando però di lavarle la faccia, di pulirla radicalmente prima di passare a ritrarla giocosa, con balli sotto le stelle, sfilate di starlette ecc., ecc., illudendo la gente, limitando però l’allargamento visivo su realtà sconcertanti che purtroppo sono ancora oggi evidenti, irrisolte e all’Ordine del Giorno. Questa però è l’arte politica contemporanea, è cultura politica locale, la strategia partitica adottata e noi torniamo a domandarci: 1)-dove è finita la famosa “galleria Fanesi” ?- 2)-dove, come e quando prenderanno forma i lavori atti a realizzare il futuro “Corso Bixio” tanto caldeggiato ? E questi sono solo due esempi. La città che presentiamo è quella “pensata per il domani”, la città alla quale a suo tempo era stata imposta la contemporaneità: la classe dirigente del recente passato aveva manifestato entusiasmo per la consacrazione dei loro progetti ponendo le mani su vecchie zone, su aree dimesse, su spazi a indirizzo industriale ( vedasi Montedison, ex Caserma Saracini, sperando anche sulla disponibilità di qualche ettaro gestito dall’API ecc.ecc.).
La realtà odierna vede Falconara come “affetta dalla sindrome di un grande villaggio” dove la Piazza Mazzini risponde ad un’area destinata ad accogliere un “bazar di stile tunisino” ( mercatini, esposizioni di materiali diversi, giochi ludici ecc., ecc.),dove le strade di accesso sono perimetrate da marciapiedi dissestati, sconnessi, untuosi e appiccicosi come quelli di Piazza Garibaldi; dove quartieri, rioni e vicoli “non profumano di pulito”. Se un tempo, non molto lontano, si è tentata la riqualificazione forzosa, alla ristrutturazione, al recupero comunque, per rendere il caotico ammasso di cemento meno “ossessionante” più attraente e funzionale, oggi quest’ultima parola a Falconara è divenuta vuota, utopica: a pagarne le spese sono i nostri quartieri e in particolare Villanova e Fiumesino. Forse in futuro Falconara, con le capacità delle attuali risorse a servizio dell’Ente, diverrà il tempio del “glamour” dove in periferia il rinato complesso industriale Montedison ospiterà un centro polivalente ad alto quoziente tecnologico; forse l’ex Fanesi ospiterà una “sala cinematografica, una galleria d’arte d’avanguardia visto tramontato il progetto di un’ ampio parcheggio multipiano; forse qualche “fabbricato sociale” potrà divenire la sede di raffinati indirizzi culturali con video installazioni e trasmettere scorci turistici della “gourmet “ e della città, dando vita ad un vero e proprio polo intellettuale e artistico.
Forse, sognando ad occhi aperti, potremmo vedere Falconara divenire la “polis eterna” con quartieri residenziali, vie con “art café “ più alla page. Ieri si pensava a far rivivere la ns città assecondando un compromesso, un binomio forse dirompente: contemporaneità e futurismo, accanto a passato e tradizioni: oggi però la cecità congenita è avvilente. Noi ci poniamo una domanda: è forse un binomio al quale i falconaresi, aprendo bene gli occhi, potrebbero facilmente assoggettarsi? Potrebbero rinunciare al loro passato, alle loro origini, alle loro tradizioni? Forse. Per non sbagliare, per evitare possibili errori interpretativi, ansie, timori nella gente, per non creare pensieri e agitazioni a fronte di possibili variazioni urbanistiche coraggiose, per non subire critiche politiche, per ecc.ecc. l’attuale Amministrazione ha scelto la via meno “pericolosa” quella di chiudere la “fabbrica dei sogni”, licenziando anche il “pensiero di fare”, annullando così una visione concreta di possibile sviluppo, mortificando ancora il territorio e l’ambiente urbano mantenendolo nell’appiattimento, nella sofferenza del degrado.
Questo è un comunicato stampa pubblicato il 28-07-2011 alle 18:24 sul giornale del 29 luglio 2011 - 649 letture
SHORT LINK:
https://vivere.me/nTG




















