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Crisi edilizia: Ance Ancona, Alessandroni: 'Ecco le soluzioni per la riqualificazione urbana ed energetica'

Edilizia 6' di lettura Ancona 30/07/2012 - Negli ultimi 4 anni abbiamo tante volte raccontato i vari aspetti di una crisi, tra cui il blocco del mercato della casa e le assurdità del fisco, che fa pagare ai costruttori l’IMU sugli immobili invenduti (come se alla FIAT facessero pagare il bollo sulle auto invendute ferme nei piazzali).

E ancora l'azzeramento degli investimenti in opere pubbliche, gli appalti a prezzi stracciati ed i mancati pagamenti; ed infine il Patto di stabilità che impone agli Enti di “non pagare i loro debiti” verso le imprese. Tutto ciò in un quadro in cui il denaro ha smesso di circolare e la burocrazia sembra ormai fine a se stessa, appesantendo inutilmente la vita di chi lavora.

Abbiamo raccontato la tragica scia di suicidi che sta accompagnando l’agonia di un settore portante dell’economia come le costruzioni, con il loro immenso indotto di materiali, tecnologie ed attività professionali. Oggi sento il dovere di dire che il disfacimento del settore è in corso; centinaia di imprese delle costruzioni e delle forniture chiuderanno i battenti nei prossimi mesi, salvo un miracolo, nel quale, però, abbiamo smesso di sperare.

Nella migliore delle ipotesi le imprese potranno salvarsi riducendo al minimo il personale, cosa inevitabile se manca il lavoro. Ci si chiede infatti da dove possa arrivare un barlume di ripresa se la Pubblica amministrazione non paga i suoi debiti e non investe, anzi, non fa neanche le manutenzioni necessarie alla sicurezza, come quelle stradali.

Ma non ci avevano insegnato che l’economia si riprende facendo investimenti piuttosto che, all’opposto, non pagando neanche i debiti? E’ quindi lo Stato il primo responsabile della asfissia finanziaria di tutta una filiera, che va dagli appaltatori ai subappaltatori, ai fornitori ed i loro dipendenti. Tutti cittadini di serie B rispetto a chi riceve tutti i mesi il proprio stipendio. Anche per tale motivo abbiamo indicato alle imprese i modi per tutelarsi, anche bloccando i lavori, in caso di ritardi nei pagamenti. Uno dei tanti aspetti della crisi che fin ora non abbiamo raccontato, e che sarà predominante d’ora in avanti, è l’effetto domino che si sta realizzando.

Leggiamo sui giornali della chiusura di importanti imprese del nostro territorio, altre l’hanno preannunciata; oltre alla perdita di un patrimonio di professionalità e di lavoro, tante altre imprese già in crisi, che avevano lavorato per queste, perderanno i loro crediti attesi da tanto tempo. Con tali chiusure se ne va un pezzo di storia delle costruzioni della provincia, ma anche un pezzo di economia che sarà difficile ricostruire; anche perché, accanto alle imprese più note chiudono in silenzio decine di imprese più piccole, con meno storia, che però, tutte assieme pesano più delle grandi imprese, ed ogni impresa che chiude produrrà danni alle imprese in rapporto con essa.

La conseguenza è che nel nostro settore ha smesso di circolare il danaro, e chi avrebbe il compito di farlo circolare, cioè le banche, hanno in realtà smesso di fare il loro mestiere. E’ evidente quindi che la parte peggiore della crisi, per noi, deve ancora arrivare, anche se è difficile immaginare una situazione peggiore dell’attuale. Sappiamo che il destino della nostra economia dipende oggi, principalmente, dalla creazione di una vera unità Europea; speriamo tuttavia di non doverla attendere all’infinito, perché l’economia del paese sta evidentemente andando a rotoli. In attesa di una vera Europa o della sua dissoluzione, non abbiamo alternative, occorre resistere.

Per far ciò ci vuole maggiore coesione sociale ed economica: tutti, il settore pubblico, le imprese ed il mondo del credito, dovranno dare il massimo impegno in direzione di una ripresa. Sino ad oggi abbiamo visto gli Stati garantire le banche e le banche sostenere gli Stati comprando il loro debito pubblico, destinando immense risorse a sostenere un’economia di carta. Il gioco non è riuscito, e la situazione è peggiorata, è oggi in atto un corto circuito finanziario che ha peggiorato le condizioni del credito (leggi Spread) degli stati e delle banche, bloccando l’immissione di liquidità nel sistema.

Il problema, ormai è chiaro, è la mancanza di prospettive di crescita. Noi siamo da sempre convinti che se la crescita ci sarà, dovrà partire dall’economia reale e non dall’economia di Carta, come i derivati o i Cds. Invece banche e stati si fanno credito tra loro, mentre nessuno da credito all’economia reale, la cui tenuta garantirebbe tutti. Pongo quindi alcune domande dalle quali può intuirsi la risposta: Se invece della banche si aiutassero i loro debitori (soprattutto se creditori dello Stato), non si allungherebbe la filiera dei soggetti sostenuti, che giungerebbe comunque alle banche?

Se si aiutassero le famiglie e le giovani coppie ad acquistare casa, non si aiuterebbero le imprese e le banche, loro creditrici, a ridurre l’esposizione creditizia verso le costruzioni, liberando risorse per nuovi investimenti? Sostenendo il mercato immobiliare non si sosterrebbero i valori immobiliari, e con questi lo stesso patrimonio delle famiglie e delle banche, in gran parte fatto di immobili? E con la tenuta dei valori non si incentiverebbe l’investimento sugli immobili che è il primo motore dell’economia?

Come potranno Stato, Comuni ed Enti pubblici fare cassa vendendo il loro patrimonio immobiliare, se non si creano le condizioni per una minima redditività degli investimenti? Non parlo di fare tante nuove case; l’edilizia intensiva ed espansiva, fatto di consumo di nuovo suolo è finita; c’è invece un grande investimento, oggi possibile, che rimetterebbe in moto l’economia, con grandi ritorni economici, ambientali, e del benessere delle persone. Parlo della riqualificazione urbana ed energetica, delle città, con le loro infrastrutture, e dei singoli edifici.

Il 98% delle abitazioni del paese è responsabile del 40% dei consumi energetici totali e delle emissioni di CO2. Inoltre, come sappiamo, non sono adeguate a reggere a terremoti anche di media intensità. Oggi abbiamo alcune leggi regionali e nazionali che si muovono timidamente in tale direzione, ma il processo va accelerato, mettendo a disposizione risorse economiche, incentivi e semplificazioni.

Non si parte da zero: in una valutazione costi benefici di tale operazione, occorre infatti stimare sia gli imponenti risparmi energetici che genera, sia la sua incidenza sulla crescita che, come abbiamo imparato, è l’unico fattore in grado di ridurre il debito pubblico del paese. Ed è proprio sulla crescita che le costruzioni possono dare il massimo, come hanno sempre fatto.


dal Colleggio Costruttori Edili della Provincia di Ancona





Questo è un comunicato stampa pubblicato il 30-07-2012 alle 17:35 sul giornale del 31 luglio 2012 - 763 letture

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