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"Don" Edoardo Menichelli: una rubrica dedicata alla famiglia in occasione del discorso ai giornalisti per il loro patrono

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Edoardo Menichelli
Toccante il discorso di “Don” Edoardo Menichelli, il cardinale dei poveri, delle famiglie e della periferia, presso la sede anconetana del “Messaggero”, fatto di parole semplici, come è ormai sua consuetudine, in occasione del patrono dei giornalisti, San Francesco di Sales, 24 gennaio. Menichelli focalizza l’attenzione sulla necessità di riposizionare la persona al centro della vita sociale. Ciò vale anche per il giornalista, che nel suo lavoro “è sempre solo, ma deve dare conto ad una comunità”.

La persona umana deve allora essere al centro non solo nella religione cristiana, ma anche di un corretta laicità: “Non c’è stata persona più ricca di laicità di Cristo, che ha accettato tutti ed è vissuto e morto per tutti. Reimpariamo allora ad essere laici. Bisogna ridurre le offese alla persona. La vita umana non ha bisogno di letture e aggettivi, perché si definisce da sola. La vita umana e le comunità non sono aziende. Su di loro non si fanno bilanci, ma è necessario un recupero etico. In una comunità ogni vita è in relazione a quella degli altri. Non siamo egoisti, la persona umana è un soggetto in relazione, se si perde questa relazione si perde anche la persona”.

Batte ancora una volta sul tema della famiglia, con la quale, aveva detto in occasione della nomina, si rende necessario rinnovare l’alleanza in quanto dimensione scelta dal Cristo. La comunicazione al suo interno deve per lui essere un elemento di raccordo. Su scala sociale deve invece diventare uno strumento di costruzione e coesione per la comunità, ma senza cadere nella trappola di un pensiero dominante presuntuoso di superiorità rispetto alla pluralità delle idee di ognuno.

Ammonisce i giornalisti ad evitare le notizie strillo e spera di vedere “notizie buone”, che diano speranza, non le solite notizie terribili di assassinii, suicidi, truffe, crimini atroci di ogni genere, che fanno sprofondare sempre più nella disperazione molti lettori e rischiano di produrre degli emulatori. Per non cadere in questo peccato ritiene necessaria una mediazione fatta dall’essere umano sull’utilissima e potentissima tecnologia che utilizza oggi per comunicare.

Esorta a far coincidere le notizie con la verità, ma parla di una verità incarnata in una persona di cui i credenti devo essere servi e non padroni. Ricorda come la comunicazione sia educativa e come il fondamentale fattore educativo oggi, in un epoca costellata da quelli che chiama “disturbati”, sia debole, mentre si dovrebbe educare alla vita buona predicata dall’umanesimo vero, quello professato dal Vangelo. Chiede ai giornali di realizzare un angolo, una rubrica per la famiglia, riguardo alla quale si possa poi discutere a casa e dove si possa parlare del benessere, non solo di quello fisico e spesso costoso, ma anche di quello che nutre l’anima, una parola che gli sembra ormai inaccettabilmente scomparsa dai vocabolari. Consegna ai giornalisti tre concetti fondamentali, estendendo i loro significati a tutta la comunità regionale: “Costruire il bene comune, costruire la verità senza cadere nell’eccesso, fare della comunicazione un efficace strumento educativo”.

Ci tiene a concludere specificando che la nomina a cardinale non è un sacramento, perché l’ultimo che si riceve è il sacerdozio, ma un servizio che si è chiamati a svolgere. Questo servizio porterà l’ormai monsignor Menichelli al sinodo straordinario convocato per quest’anno a discutere sul tema della famiglia, ma si toccheranno anche le questioni dei divorzi e delle unioni omosessuali. “Si dice che l’abito non fa il monaco, ma io dico sempre che però lo veste. Il vestito del cardinale è rosso perché deve rappresentare il martirio del servizio e anche il martirio di Cristo. Con l’abito non si riceve vanità, ma tanta gioia e altrettanta responsabilità”.



Edoardo Menichelli

Questo è un articolo pubblicato il 24-01-2015 alle 15:14 sul giornale del 26 gennaio 2015 - 5715 letture