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Ritrovata l’aquila della statua di Traiano. Da tempo ornava un giardino privato

5' di lettura
19672

Ritrovata l’aquila imperiale che con la scultura gemella faceva da cornice alla statua di traiano. posizionata nel 1934 ad Ancona all’inizio di via XXIX settembre, era finita da uno sfasciacarrozze, da tempo è in un giardino privato. Bel colpo dei carabinieri. Ora spetta alla soprintendenza decidere per la sua pubblica valorizzazione.

Era finita dimenticata da uno sfasciacarrozze dell’Aspio, tra una batteria esausta e uno spinterogeno. Ma la fortuna, mista al caso, e soprattutto l’ingegno investigativo dei carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale (Ntpc), dopo più o meno 70 anni, l’hanno sottratta a quella sorta di “damnatio memoriae” cui sembrava essere stata condannata per sempre. Una paginetta pregiata di storia anconetana che riemerge incredibilmente alla ribalta, quella che vede “tornare a volare” verso orizzonti – speriamo non lontani – di pubblica valorizzazione, l’aquila di cui si erano perse le tracce poco dopo la fine della seconda guerra mondiale ad Ancona all’inizio di via XXIX Settembre. Quattrocento chili di stazza, realizzata in pregiato marmo di tipo alabastrino, a partire dalla metà degli anni ’30 del ‘900, assieme ad una scultura gemella, l’aquila imperiale svettava a guardia del monumento a Traiano.

Le due opere, in puro stile inneggiante alla romanità classica tanto cara al regime fascista, si ergevano con le loro possenti ali aperte sopra due alti pilastri squadrati sporgenti dalla facciata di un edificio monumentale, che a mo’ di mausoleo costituiva l’elegantissima cornice scenografico-architettonica ideata dall’ing. Gino Costanzi. I particolari del ritrovamento del prezioso, granitico rapace – secondo gli esperti attribuibile all’artistica mano dello scultore Mentore Maltoni (Ancona, 1894 - Ancona, 1956) - sembrano tratti da uno dei film della saga di Indiana Jones. Il primo avvistamento dell’aquila si deve all’occhio esperto dell’architetto e storico anconetano Massimo Di Matteo. La bellezza e il candore della scultura, miracolosamente ancora integra, colsero la sua attenzione quando nel 1995, dopo un incidente stradale, fu portato con la sua auto all’impianto di demolizione nella periferia sud dell’Anconetano. Di Matteo racconta la sua scoperta tra i rottami nel suo saggio “Ankon borderline. Miti secolari di una città difficile”.

“Alle mie domande di chiarimenti in merito – si legge nel saggio - allora mi fu risposto che il reperto era stato “buttato via in mare” e quindi a buon diritto recuperato insieme ad un altro in tutto simile ma acefalo”. Ma, come confessa in modo dolente l’autore, “le mie segnalazioni, solo verbali presso l’Amministrazione comunale del tempo per tentare di recuperare la scultura dallo sfasciacarrozze, non suscitarono che scetticismo o effimere curiosità”.

Di ben altro calibro, e dall’esito molto operativo, le curiosità che poco più di un anno fa la notizia del rinvenimento suscitò presso la sezione anconetana dei carabinieri paladini della cultura, venuta in possesso dal saggio di Di Matteo, dato alle stampe nel 2015 dal Lavoro Editoriale. Gli uomini dell’Arma, guidati dal maggiore Carmelo Grasso, hanno ricostruito il successivo percorso dell’opera scultorea. E, traccia dopo traccia, partendo proprio dallo sfasciacarrozze, nell’autunno scorso l‘hanno individuata, in perfetto stato di conservazione, far bella mostra di sé nel giardino di un’abitazione di un privato nel capoluogo marchigiano. Al fortunato possessore privato, un signore di cui ignoriamo il nome, va riconosciuto il merito di essersi appassionatamente preso cura del prezioso oggettone alato di cui non conosceva le origini. L’uomo ha raccontato ai carabinieri di aver ricevuto la scultura in eredità dal padre, che a sua volta l’aveva avuta in regalo da un amico (defunto da molto tempo). E di non sapere nient’altro in proposito. La scomparsa dei due testimoni chiave impedisce di fatto ulteriori, precise ricostruzioni sulle modalità relative all’originaria scomparsa dell’aquila, così come in merito al destino di quella gemella. Finita per sempre in fondo al mare? Forse no. Un’ulteriore spunto investigativo lo fornisce lo stesso Di Matteo in “Ankon Borderline”. Dove ricorda “di aver intravisto, dopo il terremoto del 1972, attraverso le maglie di una recinzione, un’aquila scolpita che stazionava all’aperto, con altri reperti lapidei, tra le rovine del Convento di San Francesco alle Scale (proprio ad Ancona, ndr.)”. Ma tant’è, in attesa di un miracolo investigativo bis dei carabinieri dell’Ntpc, gli occhi e le speranze sono puntati sulle decisioni che intenderà adottare la Soprintendenza delle Marche. Certo, dello scorcio urbanistico inaugurato in pompa magna il 16 settembre 1934 all’inizio di via XXIX Settembre, in onore di Traiano e della sua statua dono di Benito Mussolini alla città, non resta che l’imperatore di bronzo. A meno di non ricorrere a qualche significativa cartolina d’epoca.

L’edificio-mausoleo che faceva da sfondo-cornice alla sistemazione delle sculture fu infatti distrutto nel 1953 per lasciar spazio alla riedificazione/ampliamento della sede della Banca d’Italia. Ma è anche certo che non è più tempo di scetticismi o effimere curiosità. Non servirebbero prodigi di burocrazia per centrare doverosamente un obiettivo a questo punto istituzionale: restituire l’aquila redenta delle legioni romane al dux Traiano e alla pubblica visibilità, posizionandola lì dov’era, in quanto bene culturale tutelato e da tutelare, ad ornamento del lungomare-porto della nostra Ancona e a ricordo delle sue bimillenarie origini.

Nelle immagini sotto.

1) La scultura dell’aquila imperiale come appare oggi nel giardino privato dov’è stata ritrovata dai carabinieri

2) Il monumento a Traiano con ai lati le due colonne che sorreggono le due aquile, quella ritrovata è sulla destra (foto d’epoca Fondo Archivio Corsini)

3) Veduta dal porto di Ancona dell’edificio monumentale e della sistemazione architettonica del tratto iniziale di via XXIX Settembre inaugurati nel 1934, al centro la statua dell’imperatore e le due aquile (foto d’epoca Fondo Archivio Corsini)





Questo è un articolo pubblicato il 04-01-2017 alle 15:03 sul giornale del 05 gennaio 2017 - 19672 letture