Maxi frode fiscale nella cantieristica: false fatture per 131 milioni di euro

4' di lettura Ancona 27/02/2021 - False fatture per 131 milioni di euro, 153 lavoratori irregolari, 30 persone denunciate: sono questi i numeri di una vasta operazione della Guardia di Finanza di Ancona che ha scoperto una maxi frode fiscale, previdenziale e contributiva nel settore della cantieristica navale.

Un’organizzazione criminale dedita all’illecito arricchimento derivante dall’evasione fiscale e contributiva, che aveva come centro di interesse il settore della cantieristica navale nel porto di Ancona. È quanto hanno scoperto i finanzieri della Compagnia di Ancona al termine di una lunga e complessa attività di indagine. Venti le imprese coinvolte in sette regioni, trenta le persone denunciate per frode fiscale, riciclaggio e auto-riciclaggio. Nei confronti di cinque dei quattordici imprenditori che hanno operato nel territorio dorico, è già stato disposto il rinvio a giudizio. per gli altri è stata già fissata la data dell’udienza preliminare. Gli altri indagati hanno visto le loro posizioni stralciate con trasferimento del fascicolo ai tribunali competenti di Bologna, Monza e Prato.

Secondo quanto ricostruito dalle Fiamme Gialle, l'organizzazione operava attraverso una fitta rete di imprese dislocate tra Marche, Abruzzo, Campania, Emilia Romagna, Lombardia e Toscana, molte delle quali vere e proprie “cartiere”, con ramificazioni sull’intero territorio nazionale. Nell'ambito dell'indagine sono stati individuati 153 lavoratori irregolari, per i quali sono stati omessi il versamento dei contributi e delle ritenute IRPEF, e 131 milioni di euro di fatture false con la conseguente evasione dell’Iva per 28 milioni di euro, con 66 milioni di euro di base imponibile segnalata per il recupero a tassazione.

L'indagine stata avviata a seguito di una specifica attività di analisi sulle numerose imprese operanti nell’area portuale a seguito della differente impostazione della catena produttiva della Fincantieri Spa, risultata estranea ai fatti, con il maggiore ricorso a ditte in appalto e conseguente riduzione dell’organico dei lavoratori diretti, all’inizio delle indagini di poco superiori alle 600 unità, rispetto agli oltre 2mila operai delle ditte appaltatrici. Un contesto che era stato oggetto negli anni scorsi anche di un tavolo tecnico tra il Prefetto, le autorità locali e i sindacati.

I finanzieri hanno studiato i rapporti tra i soggetti economici interessati alla specifica attività di lavorazione, oltre 250, indirizzando l’attenzione ai collegamenti tra gruppi di imprese che orbitavano negli ambienti di lavoro della cantieristica navale, presso i cantieri di Ancona, Marghera (VE), Monfalcone (GO), Livorno, Muggiano (SP), Sestri (GE) e Fiume in Croazia.

I successivi riscontri hanno consentito d’individuare, grazie al coordinamento della Procura, un redditizio sistema illecito ben architettato a tavolino. Un sistema incentrato su un “Consorzio” avente sede nell'Anconetano, che era in grado di presentare normalmente l’offerta più vantaggiosa, a seguito delle richieste di preventivo che la Fincantieri, di volta in volta, richiedeva a diverse imprese. Il Consorzio delegava poi l’esecuzione dei lavori alle proprie consorziate. Nei rapporti interni, il Consorzio riceveva le fatture dalle consorziate per il lavoro eseguito ed emetteva alle medesime le fatture per i servizi che forniva. Sette delle aziende consorziate sono risultate però essere state amministrate da “prestanome” e prive di una struttura operativa, organizzativa e finanziaria, dunque mere "cartiere". Le stesse procedevano all’emissione di fatture per operazioni inesistenti, per importi pari a 131 milioni di euro nel corso di quattro anni, che venivano poi utilizzate da altre dodici società consorziate, che riuscivano a maturare illecitamente crediti Iva inesistenti, poi utilizzati per le compensazioni con altre imposte.

In tal modo le società cartiere, dopo aver accumulato debiti per oltre 16 milioni di euro nei confronti degli enti assicurativi/previdenziali (soprattutto INPS) e dell’Erario, cessavano l’attività per essere sostituite da nuove imprese costituite ad hoc per il medesimo scopo. Alcune di queste ditte eleggevano la propria sede legale e amministrativa presso lo studio di un consulente fiscale di Scafati (SA), segnalato ai fini della normativa antiriciclaggio, al quale veniva affidata la gestione della contabilità; la sede era, in tal modo, lontana dal luogo ove effettivamente si esercitava l’attività d’impresa, con il preciso intento di spostare la competenza dei controlli e rendere difficoltosa l’individuazione del sistema di frode posto in essere.

Attraverso il predetto massiccio ricorso all’emissione di fatture false, grazie al vantaggio concorrenziale derivante dall’evasione contributiva e fiscale connessa all’impiego di manodopera irregolare, principalmente di nazionalità bengalese, gli organizzatori riuscivano a fornire le prestazioni lavorative richieste dal mercato a prezzi inferiori rispetto alla media del settore. In particolare, i datori di lavoro, nel formare la busta paga dei suddetti operai, inserivano tra le voci stipendiali considerevoli importi per trasferte, che non sono assoggettate ad imposta, in luogo della dicitura “salari e stipendi” in modo da sottrarsi al relativo obbligo impositivo, come anche confermato dal mancato rinvenimento della documentazione idonea a comprovare la bontà di tali voci.

Sono state ben centocinquantatré le posizioni irregolari individuate dei dipendenti per i quali non sono stati correttamente corrisposti i contributi previdenziali e assistenziali. I trenta soggetti denunciati rivestivano il ruolo di amministratori pro-tempore delle imprese coinvolte nell’illecito sistema.








Questo è un articolo pubblicato il 27-02-2021 alle 13:01 sul giornale del 01 marzo 2021 - 1121 letture

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