Dal 20 al 24 luglio, nelle Marche, il Festival Epicureo: Epicuro e... Filippo Turati

6' di lettura Ancona 18/07/2021 - Dal 20 al 24 luglio, si terrà la nuova edizione del Festival Epicureo, centrato sull'attualità (spesso impensata) del pensiero del grande Maestro di Samo (341 – 271 o 270 a, C): a Senigallia, Recanati (non a caso l’evento pomeridiano del 20 luglio si terrà nel giardino del liceo “Leopardi”, non molto distante dal mitico “Colle dell’Infinito”) e Corinaldo (paese natale di S. Maria Goretti). Esperti di fama internazionale, delle piu’ varie correnti culturali, “atterreranno” col pubblico, in una serie di eventi gratuiti, sulle tante facce del “Pianeta Epicuro”.

“Nomen, omen”: “Epicuro”, in greco antico, significa “alleato”, o “compagno, soccorritore”. Ma cosa possiamo dire di originale sul Maestro di Samo? Il suo pensiero è stato già ampiamente scandagliato nei secoli scorsi. Si va dal senso complessivo della sua riflessione, volta a confortare gli uomini, e specialmente i greci, sconvolti dalla conquista macedone del IV secolo a. C. (quando Alessandro muore a Babilonia, Epicuro ha 18 anni e sta già facendo filosofia: in seguito, comunque, approva realisticamente il governo macedone della Grecia, e quando muore, nel 271 o 270, la Grecia sta “contrattando” coi macedoni gli ultimi sprazzi di libertà, mentre a Occidente già incombe Roma), alla sua sfiducia nella politica (!), in quanto portatrice di discordie e - con la sua corsa al potere – di turbamento per l’uomo. Dalla sua concezione del cosmo e della materia, solo inizialmente vicina all’atomismo di Democrito (pochi sanno che, nel 1841, proprio “Differenze tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro” s’intitolerà, a Jena, la tesi di laurea in filosofia di un certo Karl Marx: evidenziante il maggior dinamismo epicureo, che prevede il “clinamen”, la possibilità, “preeinsteiniana”, dello scontro tra gli atomi) al confronto tra epicureismo, Buddhismo e Cristianesimo.

Epicuro, infatti, è stato fortemente osteggiato dal Cristianesimo medioevale: non solo per il suo materialismo metafisico, presunto negatore di Dio e dell’immortalità, ma anche per la tesi etica che movente e fine della condotta umana risiederebbero solo nel piacere, fisico e psichico. A far giustizia di queste accuse è stata la riflessione dei secoli successivi, dall’Umanesimo rinascimentale all’esistenzialismo. Che ha evidenziato, anzitutto, che il fine principale di Epicuro è, per sua stessa ammissione (vedi le “Massime capitali”, nei manoscritti antichi conservati in Vaticano, e l’“Epistola a Meneceo” trasmessaci dal biografo dei filosofi Diogene Laerzio, del II – III sec. d. C.), liberare gli uomini - in un’ottica che oggi definiremmo esistenzialista - dal timore degli dèi (che, sostiene il filosofo di Samo, non si occupano minimamente delle foscoliane “sciagure umane”) e dall’eterno “terrore n. 1”, quello della morte. Che, sottolinea Epicuro, in quanto fine di qualsiasi sensazione e riflessione è, di conseguenza, anche fine di qualsiasi sofferenza e dolore.

Poi, il pensiero moderrno ha chiarito il vero senso dell’edonismo epicureo: che non va inteso (come alcuni pretenderebbero) in senso volgare, ma nel senso della ricerca, cui l’uomo naturalmente tende, della felicità, cioè del piacere inteso come assenza di dolore (ecco le analogie col buddhismo: del quale, vari elementi furono trasmessi alla Grecia, e a tutto l’Occidente, già con le puntate di Alessandro Magno in India). Nel contesto, comunque, di una scelta etica sempre per il bene (“È non solo più bello ma anche più piacevole fare il bene anziché riceverlo”, scrive il filosofo nel frammento 544; “Io ho quel che ho donato”, scriverà, molti secoli dopo, l’epicureo moderno Gabriele d’Annunzio!); ecco la forte analogia col Cristianesimo, al di là delle visioni teologiche molto diverse. E infatti, sempre Diogene Laerzio – ricorda lo storico della filosofia Nicola Abbagnano, già nei suoi manuali per i Licei - testimonia l’amore di Epicuro per i genitori, la sua fedeltà agli amici, il suo senso della solidarietà umana.

Ma dicevamo d’un nostro possibile apporto originale agli studi su Epicuro. Senz’altro pochi, oggi, ricordano che il politico italiano Filippo Turati (1857 – 1932; ricorrono, l’anno prossimo, i 90 anni dalla morte) da giovane coltivò un forte interesse per il Maestro di Samo.

Siamo nel 1883, esattamente 9 anni prima di quello storico Congresso di Genova dell’agosto 1892 che vedrà – per impulso, in gran parte, appunto di Filippo Turati - la nascita del Partito dei Lavoratori Italiani, futuro Partito Socialista Italiano.
Turati è un giovane lombardo, nativo di Canzo (Como), figlio di un prefetto (come, poi, sarà anche il suo novecentesco successore Bettino Craxi!), e divenuto avvocato nel 1877. Non è ancora un socialista, ma, più propriamente, un democratico - radicale, d’ispirazione risorgimentale (come il padre), mazziniana, garibaldina e… carducciana (Filippo, infatti, ha studiato all’Università di Bologna: dove giganteggia la figura del Carducci, poeta repubblicano e giacobino, ancora lontano dalla successiva “conversione” filosabauda). Appunto nel 1883, Turati pubblica, presso l’editore Quadrio di Milano, una raccolta di poesie, “Strofe”, dedicate ai genitori (della quale esistono tuttora, se non andiamo errati, due sole copie, alla BNC di Roma e a quella di Milano). Accanto a forti interessi sociologici, giuridici, economici, infatti, Filippo non ha smesso di coltivare quello per la poesia. In questa raccolta, bene accolta dalla critica del tempo, troviamo varie poesie pregevoli, dove forti sono le reminiscenze classiche e romantiche, petrarchesche, michelangiolesche, carducciane e anche di vari poeti di protesta sociale dell’Ottocento. Ma troviamo, anche, proprio un singolare “Inno ad Epicuro”, scritto pochi anni prima. Eccolo:

Sì, leva il capo, o Savio. È sfracellato/Geova dal maglio del pensier titano/
e il blando Cristo, il sognator malato,/nel chiuso avello si dibatte invano…
Risorgi, o Savio del buon tempo antico,/la tua parola agli aspettanti invia:
è l’ora: il mondo scettico e mendico/si volge intorno e cerca del messia.
Ch’io t’annunci, o magnanimo, al dolente/che il Nazaren tradì popolo oscuro:
avvenga il regno de la lieta gente,/avvenga il regno tuo, Santo Epicuro
”.

Poesia, questa, che sollevò, all’epoca, polemiche quasi analoghe a quelle che aveva causato, anni prima, il celebre “Inno a Satana” del Carducci. Ovviamente, per Carducci (che non è stato certo un satanista; semmai, com’è noto, un massone fortemente anticlericale), Satana rappresentava genericamente la forza della ragione, del positivismo e del progresso scientifico, in un quadro europeo, contro l’oscurantismo ecclesiastico (altro discorso va fatto per certe pseudoassociazioni “laiche” odierne dove, invece, tuttora si legge la poesia carducciana proprio come ributtante inno al “signore delle tenebre”!). Per il giovane Turati, Epicuro rappresenta non solo “i sentimenti del tutto umani dell’amore e della pietà”, vero fondamento positivista della morale (come ricorda lo stesso Filippo in una nota in calce al componimento); ma anche il profeta d’una nuova trasformazione della società (come, migliaia d'anni prima, aveva ritenuto ad esempio Giulio Cesare, pur lontanissimo dall’avversione di Epicuro per la politica).

Una trasformazione diversa dalla “Rivoluzione mancata” (o, se vogliamo, “tradita”, in un’accezione “trockista”) operata dal Cristianesimo dall'Editto costantiniano di Milano in poi. Per questo, il giovane Turati critica da sinistra Gesù (di cui pure riconoscerà indirettamente, in seguito, la grandezza): contrapponendogli, nella giovanile quanto utopica baldanza, proprio Epicuro: e dimenticando che nessuno dei due ha mai voluto una palingenesi violenta della società (come faranno, poi, le dittature novecentesche), ma, invece, un suo profondo rinnovamento, nel segno soprattutto dell'amore e della giustizia.






Questo è un articolo pubblicato il 18-07-2021 alle 23:57 sul giornale del 20 luglio 2021 - 589 letture

In questo articolo si parla di roma, lazio, Fabrizio Federici

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