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Lasciato per 13 ore su una barella al Pronto Soccorso: l'odissea di un 97enne invalido raccontata da una lettrice

2' di lettura

13 ore al Pronto Soccorso, prima in attesa di una Tac poi di un mezzo che lo riportasse a casa: è l'odissea di un 97enne raccontata dalla nipote, nostra lettrice.

“Questa mattina alle ore 8 mio zio, un uomo di 97 anni, è arrivato in ambulanza al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Torrette di Ancona. Sospetta frattura del collo del femore, dolore, immobilità, fragilità evidente.” - racconta la donna.

"Alle ore 18:07, dieci ore dopo, mio zio si trova ancora su una barella, in attesa di una TAC. Dieci ore senza una diagnosi, senza cibo, senza acqua.
Non si tratta di un caso clinico raro o imprevedibile: un anziano con sospetta frattura del femore è una delle urgenze più frequenti e conosciute nella pratica ospedaliera. Eppure l’attesa si è trasformata in una forma di abbandono silenzioso."

“Ma la giornata non finisce qui.”- continua la parente dell'anziano.

"Dopo le dieci ore trascorse sulla barella, per il rientro a casa, previsto con ambulanza per invalidi al 100% , si è aggiunta un’ulteriore attesa di quasi tre ore.
Questa è stata, nei fatti, la gestione di un’urgenza all’interno dell’emergenza dell’Ospedale di Torrette di Ancona per un anziano di quasi 98 anni, invalido.
È legittimo chiedersi se questo sia il livello di assistenza che una società civile riserva ai suoi cittadini più fragili. Se sia accettabile che una persona di questa età venga lasciata per un’intera giornata su una barella, privata non solo delle cure tempestive ma anche delle attenzioni minime di conforto."

“Questo non è un attacco al personale sanitario, spesso allo stremo e costretto a lavorare in condizioni difficili.- tiene a precisare la donna. ”È una richiesta di responsabilità rivolta a chi organizza, gestisce e governa la sanità pubblica.
Perché la vera emergenza non è soltanto la carenza di risorse, ma la perdita del senso di umanità.
E un Paese che misura la propria civiltà dovrebbe cominciare da come tratta un uomo di quasi 98 anni che oggi non è un numero, ma mio zio.”

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Questo è un articolo pubblicato il 30-01-2026 alle 17:07 sul giornale del 30 gennaio 2026 - 466 letture






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