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Libri e cultura: 'Un’opera dalle molte pretese'

3' di lettura Ancona 04/08/2011 -

Sono tre gli aggettivi con i quali possiamo definire l’ultimo lavoro (il terzo) di Massimo Cortese, Un’opera dalle molte pretese (Montag, 2011, 63 pp.), che – dopo Candidato al Consiglio d’Istituto e Non dobbiamo perderci d’animo - corona quella che lui stesso definisce come la “Trilogia della speranza”.



Tre aggettivi con i quali è possibile sintetizzare il contenuto e lo stile del romanzo, se di vero e proprio romanzo si può parlare, perché l’autore, come anche nei precedenti lavori, gioca di ironia e costruisce un testo nel testo, un romanzo sull’origine del suo primo romanzo. Un tentativo non di scrittura, quindi, ma quasi (potremmo azzardare) di meta-scrittura.

Il primo attributo che possiamo indicare è “immediato”: non è una novità per gli scritti di Cortese, che nella semplicità del testo e dei contenuti trova il suo punto di forza e di coinvolgimento maggiore per il lettore, spinto con entusiasmo crescente a immergersi nelle trame della vicenda, a mettersi accanto ai personaggi e a immedesimarsi nelle situazioni, a cercare pagina dopo pagina di intuire il finale e di vivere le stesse sensazioni del protagonista. L’abilità dell’autore nell’ambientare la narrazione in un contesto apparentemente poco entusiasmante come può essere la vita d’ufficio, o le vicissitudini giudiziarie, o le piccole occasioni di incontro della vita quotidiana gioca un ruolo fondamentale nell’apprezzamento dell’opera da parte del lettore, che vede così innalzate le sue azioni giornaliere di routine al rango di soggetto letterario.

Il secondo aggettivo che ben si addice al romanzo (o forse all’autore?) è “fiducioso”. Cortese a poco a poco, nel piccolo, cerca infatti di trasmettere in ogni capitolo un messaggio positivo: quando si ha un sogno è bene lottare con costanza per quel sogno, puntare alla sua realizzazione, con tenacia e con passione. I risultati sono spesso lenti, spesso insperati, ma a volte si rivelano inattesi e per questo più benevolmente accettati, e arrecano inaspettate soddisfazioni. Il proprio progetto va costruito giorno per giorno – sembra voler dire l’autore – e in questo lento processo non ci si può fermare alle prime difficoltà, o ai primi insuccessi. Il messaggio è ovvio, ma non scade nella banalità, perché sempre circostanziato da esempi molto concreti e verosimili.

Terzo aggettivo che vogliamo assegnare a quest’opera (che davvero, stando a quello che abbiamo appena detto, sembra voler vantare molte pretese) è “controcorrente”. Per vari motivi. Perché il messaggio che lancia si discosta da un comune sentire che spesso l’autore sembra rinvenire nei luoghi che frequenta. Perché all’interno del romanzo si parla anche di politica, e si crede ancora che la politica possa dire qualcosa, e possa ancora servire ad un bene comune. Perché Cortese sembra volere continuare a demolire capitolo dopo capitolo quello che sta facendo (la scrittura e la promozione del suo primo romanzo) salvo poi scoprire con sorpresa e gioia che in realtà qualcuno ha recepito il suo messaggio. “Controcorrente” infine perché durante la lettura abbiamo la sensazione che una storia importante si vada costruendo, mentre all’improvviso tutto termina e svanisce quasi nell’anonimato, creando così uno iato tra le nostre aspettative e la realtà dei fatti, molto più ridimensionata. Il protagonista cioè scopre che non deve più attendersi con ansia quel gran finale che stava preparando, perché questo si è già parzialmente realizzato: infatti, mentre rincorre il suo sogno, in realtà lo sta già vivendo e gustando.






Questo è un articolo pubblicato il 04-08-2011 alle 01:02 sul giornale del 05 agosto 2011 - 10298 letture

In questo articolo si parla di libri, cultura, Giovanni Frulla, Massimo Cortese

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