Il lavoro al centro. Lettera parte dell'On. Lodolini su jobs act

Emanuele Lodolini, parlamentare 5' di lettura Ancona 19/10/2014 - Questo fine settimana ho partecipato ad Ancona a due incontri promossi da CGIL e CISL. Per ascoltare le ragioni del loro impegno e della loro mobilitazione. Non parteciperò, però, alla manifestazione del 25 ottobre contro le scelte del Governo e del PD.

Voglio spiegare bene le mie ragioni, provando ad entrare nel merito. Senza liquidare il tutto dicendo che quel 23 marzo 2002 al Circolo Massimo io c'ero e magari tanti attuali critici del Jobs Act all'epoca se ne stavano comodamente a casa. Non motiverò la mia decisione dicendo che il contesto del 2002 era profondamente diverso da quello odierno: all'epoca c'era un governo di destra che partendo dall'art.18 puntava a smantellare diritti per affermare una destra liberista e conservatrice. Questo è un Governo attento ai redditi dei più deboli, che vuole cambiare verso alle politiche di rigore, puntando sulla crescita e tagliando le tasse. Infatti, con la Legge di Stabilità il Governo taglia ben 18 miliardi di tasse, mettendo in atto la più grande riduzione delle imposte mai fatta, e vengono introdotte misure concrete a sostegno del lavoro, delle imprese e delle famiglie. L’azzeramento dal 2015 della componente lavoro dell’Irap, la conferma del bonus di 80 euro, le risorse per il credito d’imposta sugli investimenti in ricerca e sviluppo, l’azzeramento del pagamento dei contributi per le aziende che assumono, gli aiuti per le partite Iva, la possibilità di inserimento volontario del Tfr in busta paga sono solo alcune misure che contribuiranno concretamente alla ripresa economica ed occupazionale del Paese. Anche rispetto all'art. 18 non si può non vedere la diversità dell'approccio: rimane la reintegra nei casi di licenziamento discriminatorio e per gravi motivi disciplinari, e il cambiamento è inserito in un progetto complessivo che rivede e allarga tutele e opportunità. Alla luce della gravità della situazione economica e sociale, vorrei che la riforma, denominata Jobs Act, fosse un’occasione di confronto per chi sostiene il PD e non un pretesto per lo scontro di cui non se ne avverte davvero il bisogno. Per me il PD è il luogo per far crescere e concretizzare quel progetto riformista che riconosce nel valore e nella dignità del lavoro il senso più profondo dell'impegno politico. Legittimo che questo progetto venga criticato, contrastato. Ci mancherebbe. Ma per me il Jobs Act é l'occasione, da un lato, per riaffermare la centralità del lavoro e, dall'altro, l'urgenza del cambiamento. Ma, in particolare, il Jobs Act è per me e per tutti noi, una sfida da cogliere. Non si tratta di seguire o meno un capo al comando, di dividersi tra “followers” o "ribelli”, ma di mettere le mani nelle contraddizioni del Paese. Per molti anni abbiamo affermato, come PD e sinistra, la necessità di riformare il mercato del lavoro, tenendo presenti le reali difficoltà: i diritti negati, le tutele che molti lavoratori non raggiungono, le ineguaglianze nell’occupazione e nella disoccupazione. Abbiamo promesso di affrontare questi problemi senza partire dai contratti di lavoro o dall’art.18, riconoscendo che il mercato è fatto di tre pilastri: il lavoro e i suoi diritti, il sostegno del lavoratore disoccupato e la capacità del nostro stato sociale di formare per ricollocare i lavoratori. Avevamo fatto queste promesse quando non eravamo noi a governare. Oggi, quando siamo divenuti responsabile delle riforme, dobbiamo essere fedeli a quelle promesse. La legge delega che riforma il mercato del lavoro dà coerenza a questa prospettiva, complessiva e concreta. Questa riforma mette al centro il lavoratore e le sue competenze, gli unici fattori in grado di garantire il lavoro di qualità. Lo si fa sostenendo i lavoratori italiani nella disoccupazione, razionalizzando la cassa integrazione quando crea illusioni invece di offrire aiuto, estendendo il sostegno nella disoccupazione con risorse aggiuntive per 1,5 miliardi per raggiungere circa un milione di lavoratori precari – a tempo determinato o collaboratori - che oggi ricevono poco o nulla quando perdono il lavoro. Non basta però un assegno per sostenere chi ha perso il lavoro: per questo la legge delega impegna il Governo a cambiare le strutture pubbliche che sono responsabili della formazione e ricollocazione dei lavoratori. Il fulcro del nuovo mercato del lavoro diventano le politiche attive, cioè la riqualificazione delle competenze del lavoratore per migliorare le professionalità e favorire soprattutto il ricollocamento per trovare un nuovo posto di lavoro. Tutto questo non serve se i rapporti di lavoro stabili non tornano centrali. Il lavoro stabile è l’unico che possa favorire la crescita di professionalità e competenze. Nell’ultimo anno hanno rappresentato poco meno del 17% delle nuove assunzioni. Per questo motivo la legge delega introduce il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, incentivato da sgravi contributivi e da una riduzione delle tipologie contrattuali esistenti. Si supera soprattutto una intollerabile iniquità: oggi i lavoratori che svolgono mansioni simili hanno diversi diritti e stipendi a seconda della tipologia contrattuale. Con il contratto a tutele crescenti, diamo eguali diritti e remunerazioni a lavoratori con mansioni eguali. Tuteliamo questi lavoratori di fronte al licenziamento economico con una indennità monetaria crescente nell’anzianità e il diritto al reintegro nel caso di licenziamenti discriminatori e in alcuni ben definiti casi disciplinari. Possiamo dividerci sulla politica, ma non possiamo dimenticare l’urgenza dettata dalla condizione del lavoro in Italia, quello che c’è e, soprattutto, quello che potrebbe esserci. Speriamo di poter contare sul contributo sincero di tutto voi in questa sfida fondamentale.

On. Emanuele Lodolini, Direzione nazionale Pd


da On. Emanuele Lodolini
parlamentare Pd





Questo è un comunicato stampa pubblicato il 19-10-2014 alle 18:09 sul giornale del 20 ottobre 2014 - 2074 letture

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