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Ad Ancona L'On. Gero Grasso ricorda Aldo Moro a trentasette anni dalla morte

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Il vicecapogruppo PD alla Camera Gero Grassi ricorda Aldo Moro anche ad Ancona dopo la commemorazione del 9 maggio a Roma per i trentasette anni dalla morte. L'On. Lodolini parla del legame dello statista con le Marche attraverso il matrimonio con la montemarcianese Eleonora Chiavarelli.

Un lungo excursus sui misteri, sulle bugie, sulle mezze verità e sugli intrecci di potere di quel periodo buio per la storia italiana costituito dagli anni di piombo, tiene una platea di spettatori incollati alle sedie per due ore intense ad ascoltare una relazione dell’On. Gero Grassi sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, lunedì sera all’NH Hotel di Ancona. È l’On. Emanuele Lodolini a ricordare l’importanza del Primo Ministro DC per il territorio marchigiano per la provenienza della moglie, Eleonora Chiavarelli, da Montemarciano, dove i due si sposarono, e del carabiniere della scorta Domenico Ricci, da San Paolo di Jesi, dove è sepolto. Tante pagine sono state scritte su Aldo Moro, ma l’unica certezza, dice Grassi, si ha nelle parole di Carlo Bò: “Delitto e abbandono. Perché Moro fu abbandonato da tutti nella politica”.

Dalla relazione del Vicecapogruppo PD alla Camera emerge una rete a maglie serrate della criminalità italiana degli anni Settanta, dove Brigate Rosse e Nar collaborano con le mafie, con i servizi segreti deviati italiani e la banda della Magliana – “di cui al tempo era diventato uno dei capi Massimo Carminati dopo l’assassinio di Mino Pecorelli” - mentre lo stato cerca di prendere la sua fetta e la Loggia P2 di Gelli orchestra il tutto con le sue infiltrazioni. Inizia ricordando una delle stragi più dimenticate della storia del Bel Paese: quella di San Benedetto Val di Sambro del 4 agosto 1974, il treno Italicus, dove Moro si sarebbe dovuto trovare se non fosse stato fatto scendere per firmare dei documenti secondo una spesso contestata dichiarazione della figlia Agnese. Ma collega anche l’organizzazione internazionale Gladio, della quale Andreotti confermò l’esistenza solo nel 1990 – suscitando nell’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone la reazione di alzarsi dalla sedie ed esclamare “Sono stato presidente della repubblica di m***** che non sapeva nulla di tutto questo” - alle vicende del rapimento. Elenca una lunga serie di punti oscuri che si collegano tra loro come tasselli di un puzzle, dalla particolare situazione del luogo di prigionia in via Gradoli, sconosciuta ai romani, ma dove Polizia e Servizi possedevano diversi appartamenti, alla fuga di Casimirri, dal ritrovamento delle carte intestate del cardinale Marcincus al finto tamponamento della Fiat 128, dal “modo quasi impossibile di uccidere tutti i membri della scorta riuscendo a non centrare mai Moro”, al fotografo che riuscì ad immortalare il volto del poliziotto Raffaele Iozzino subito dopo la morte, prima ancora che qualcuno lo coprisse, dalla scomparsa – “coperta dal segreto di stato” – di due giornalisti italiani a Beirut che stavano indagando sui campi dell’OLP, dove gli italiani di Gladio avrebbero addestrato i terroristi, sino all’omicidio di Walter Tobagi come rito di iniziazione per entrare nelle fila dell’estremismo armato di sinistra. Racconta anche i fatti più difficili da credere, dall’“invito a pranzo” ricevuto da Guglielmi quel 9 maggio 1978 in via Caetani alle 8.30 alla presunta seduta spiritica per cercare Moro, alla quale avrebbe partecipato anche Romano Prodi, dal finto comunicato delle BR – “le Brigate Rosse iscrivevano la stella in un cerchio fatto con le 100 lire, ma nel comunicato numero 7 questo cerchio non è fatto con quella moneta” – sul ritrovamento di Moro al lago della Duchessa allo snuff movie dell’assassinio di Roberto Peci – fratello di un brigatista pentito - dai “morti suicidati, cioè ammazzati cercando di farli passare per suicidi impossibili o provocando infarti con la digitalis purpurea” sino alle dimissioni di Cossiga sull’onda di una frase sibillina: “Chi ha interrogato Moro è un docente di livello universitario che conosceva la storia italiana non perché l’aveva studiata ma perché l’aveva vissuta”.

Grassi ritiene che “dal punto di vista giudiziario non si può dire ancora chi è stato, anche perché tra i brigatisti molti sono stati i mitomani”. Secondo la sua ricostruzione quelli che vollero attribuirsi l’omicidio di Moro non sapevano a che ora e dove era avvenuto, in che condizioni era stato tenuto il corpo durante i cinquantacinque giorni di prigionia e quanti colpi e di quale tipo gli erano stati scaricati addosso. Conclude con una citazione dello statista sulla giustizia e sulla dignità della persona che dovrebbe essere sempre superiore alla politica, a cui aggiunge una dichiarazione d’intenti del PD: “Il PD deve rendere giustizia sulla morte di Aldo Moro per consentire agli italiani di vivere più sereni. Se Pasolini diceva “io so ma non ho le prove”, io dico “io so ma non ho ancora tutte le prove””.





Questo è un articolo pubblicato il 11-05-2015 alle 23:38 sul giornale del 12 maggio 2015 - 1267 letture