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Jesi: il dittico formato da Pagliacci e Cavalleria rusticana incanta il Pergolesi

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In un breve racconto, intitolato I teologi, il grande scrittore argentino Jorge Louis Borges intreccia la vita e le idee di due teologi dei primi secoli del Cristianesimo: due acerrimi rivali che, per insondabile decreto della volontà di Dio, nell’aldilà si trovano a coabitare nella stessa persona. Qualcosa di simile deve capitare, da qualche parte, anche a Pietro Mascagni e Ruggero Leoncavallo, che in vita non furono sempre in vena di complimenti reciproci.

Ma il dittico formato da Pagliacci e Cavalleria rusticana resta uno dei più riusciti nel panorama della produzione lirica, e non soltanto per mere questioni di durata. Come ha ben argomentato Maria Rosa De Luca, nel saggio introduttivo allo spettacolo in cartellone nella 49a stagione del “Pergolesi”, le due opere sono legate da una serie di affinità elettive: dal medesimo humus artistico e letterario - rappresentato dal verismo italiano di fine Ottocento - all’ambientazione storico-geografica, come anche all’estrazione popolare dei personaggi di entrambe le opere, solo per accennare alle analogie più evidenti.

Un’ulteriore conferma della bontà dell’accostamento è venuta dalla replica di domenica scorsa, dove l’ispirata regia di Paul Emile Fourny ha composto mirabilmente la tempesta di passioni che scuotono la Calabria di Canio e la Sicilia di compare Turiddu. Complice l’elegante e sobria scenografia, firmata da Benito Leonori, la forza della rappresentazione ha potuto far leva su uno spazio duro, aspro, carico di quella tensione che lega sacro e profano e che è la cifra spirituale di molti luoghi del Sud.

Ce l’hanno rivelato i libri di Carlo Levi, o i saggi di Ernesto De Martino. Ma soprattutto ce l’ha mostrato al cinema Pier Paolo Pasolini, che intuì la forza arcana degli scabri paesaggi della Basilicata e ambientò fra i sassi di Matera il suo indimenticabile Vangelo secondo Matteo. Una suggestione, quest’ultima, che esce rafforzata dalla visione del coloratissimo allestimento di Pagliacci, con i tre protagonisti del dramma che calcano la scena alla maniera dei burattini. E il pensiero non poteva non correre a Cosa sono le nuvole, altro piccolo, intenso gioiello della produzione pasoliniana.

Sicura e brillante è stata l’interpretazione dell’Orchestra sinfonica “Gioacchino Rossini”, diretta dal maestro Daniel Gil de Tejada, abile nell’esaltare la ricca tessitura melodica di entrambi gli spartiti. Tra le voci si sono distinte, per chiarezza e potenza recitativa, quelle di Norma Fantini (Santuzza), Maria Teresa Leva (Nedda), Christian Collia (Beppe) e Fabian Veloz, vero mattatore del pomeriggio, perfettamente a suo agio tanto nei panni di compare Alfio quanto in quelli di Tonio. Unica nota sgradevole: il comportamento di una parte del pubblico eccessivamente severo con il giovane Ilia Govzich, al suo debutto in un ruolo complesso come quello di Canio. Quei fischi in chiusura, considerato l’altissimo livello dello spettacolo andato in scena, i soliti noti della critica salottiera potevano proprio risparmiarseli.





Questo è un articolo pubblicato il 08-12-2016 alle 21:24 sul giornale del 09 dicembre 2016 - 1820 letture