Il passetto fino a Tokyo. Racconti dal Giappone del designer anconetano Andrea Dichiara

9' di lettura Ancona 27/07/2020 - L'intervista di Francesco Maria Orsolini ad Andrea Dichiara, designer anconetano da anni residente a Tokyo

Andrea Dichiara, professione designer, classe? Dorico doc, ma anni residente a Tokio: un passaggio non da poco! Quanto è stato difficile inserirti in un contesto di vita e di lavoro così diverso da quello anconetano e italiano?

Classe 1950! Residente da anni in Asia, prima undici anni a Seoul in Sud Corea, docente della Cattedra di Disegno Industriale e Management Design alla Hongik University per i corsi di Master e PhD. Girata e tutt’ora giro l’Asia in lungo e in largo, Jakarta, Singapore, Saigon, Manila, Beijing, Bangkok, insegnando, progettando e anche divertendomi..Eh! Eh! Eh! Da cinque anni risiedo a Tokyo, sposato con una giapponese, colpo di fulmine!

Tutt’ora, dopo cinque anni, devo dire che non è facile, direi che è quasi impossibile inserirsi completamente nella società giapponese da tutti i punti di vista; sono molto conservatori, ci tengono molto alla loro “nazionalità”, in Giappone non si può ottenere la cittadinanza, mai, solo il permesso di soggiorno …magari illimitato. Però è un popolo meraviglioso che accoglie molto bene e riserva agli stranieri residenti gli stessi diritti dei nativi, a patto che lo straniero osservi perfettamente tutte le leggi del Giappone. Ti fanno capire in maniera gentile ma chiara “sei a casa mia, devi rispettare le mie leggi, se ti va bene sei benvenuto, se non ti va bene…arrivederci”. Questo è molto confortevole ed aiuta molto a vivere tranquilli.

Dal punto di vista della creatività del designer, la tua scelta del Giappone risulta tutt’altro che casuale, vista la grande tradizione artistica e progettuale di questo paese.

La scelta di vivere in Giappone é stata la realizzazione di un sogno che avevo fin da bambino dopo aver letto dei libri di cultura e arte giapponese, che mi regalò ad un compleanno mia madre. La cultura giapponese, specialmente l’artigianato, è colma di “ design”, arte, architettura e addirittura fashion design, nel vero senso che io intendo, sin dall’antichità.

Nel periodo del lockdown quali differenze hai riscontrato tra l’esperienza italiana, di cui avrai avuto molte notizie, e quella che hai vissuto in Giappone?

Ma, sinceramente, il periodo della pandemia io l’ho vissuto, anzi lo sto vivendo, abbastanza tranquillamente qui in Giappone, a differenza di quello che vedo dalle notizie sul web che arrivano dall’Italia e che sento costantemente da parenti ed amici, che mi hanno trasmesso molta agitazione; diciamo che da buon latino penso “In medio stat virtus”. Sai, qui la mascherina si porta spesso , in metro, nei posti affollati, ma da sempre, molto prima del Covid, per salute e per buona educazione verso gli altri. Qui tutti hanno continuato a fare jogging, i bimbi ad andare nei parchi, nei giardini a giocare con i genitori tenendo una ragionevole distanza; i supermercati sempre aperti e nessuno li ha presi d’assalto.

Chiaramente sono state adottate delle precauzioni, tipo alcune barriere di PVC morbido alle casse, i sanificatori a spruzzo all’ingresso, distanze sociali nella fila alle casse; i department store mega hanno chiuso si e no 20 giorni, la maggior parte degli altri negozi sono rimasti aperti o facevano delle aperture alternate con orari ridotti, ma mai chiusure totali. I ristoranti hanno cercato e cercano di tenere certe distanze nel limite del possibile, senza mettere barriere, o varie altre soluzioni, a volte forse anche inutili.

Le metropolitane ed i mezzi pubblici hanno sempre funzionato, la gente ha cercato e cerca di “tenere una certa distanza”. Non si è mai, e dico mai, vista la polizia controllare, se non addirittura reprimere, i movimenti delle persone, nessun documento era necessario per circolare in città. Chiaramente è stato fatto scegliere ai cittadini se andare a lavorare negli uffici o fare il remote work online a casa, moltissimi l’hanno fatto e molte aziende già da un mese hanno deciso di adottare per sempre questo metodo di lavoro per un numero notevole di impiegati, facilitando così la vita di molti cittadini, specialmente mamme, o persone con problemi di mobilità.

Io stesso, essendo un libero professionista e lavorando da una vita a casa, a parte quando insegno, non ho trovato nessuno sfasamento della vita ordinaria, mia moglie Yoshiko, anche lei designer e web Director in una grossa agenzia pubblicitaria, ha scelto di lavorare a casa, facendo meeting online con gli altri colleghi della sua azienda diverse volte al giorno, andando invece in ufficio solo per meeting con clienti, il che ha facilitato anche la nostra collaborazione in quasi tutti progetti che facciamo insieme.

La prima differenza che viene in mente ad un italiano, rispetto all’esperienza del dover restare per gran parte del tempo chiusi in casa, è lo spazio molto più più ristretto, in media, delle abitazioni giapponesi rispetto a quelle occidentali. O magari proprio questo è un ristretto luogo comune?

Diciamo che, effettivamente, una parte consistente delle abitazioni giapponesi sono più piccole, a paragone di quelle Italiane, considerando che con una popolazione di circa 130.000.000 di abitanti, il Giappone ha in alcune aree metropolitane una densità elevatissima; certo, anche qui ci sono poi gli appartamenti super da 300 mq e le grandi ville; ma, diciamo che il giapponese non sta molto a casa , fa molta attività sportiva, visita gallerie , musei continuamente, ama fare pick nick, vivere all’aria aperta, perciò la casa anche se è piccola non è un problema.

Hai notizie di come gli studenti giapponesi hanno vissuto l’esperienza della didattica a distanza nelle loro case?

Gli studenti giapponesi non hanno avuto un “ lockdown “ come gli Italiani, si e no meno di due mesi, tra l’altro trasformati in vacanze, infatti già da un mese tutte le scuole hanno riaperto e ci sono lezioni. Ho saputo, leggendo degli articoli su quotidiani giapponesi in inglese, che molti bambini esprimono frustrazione e delusione per la vita scolastica a causa delle misure introdotte in risposta all'epidemia del coronavirus. Sebbene molte scuole abbiano ripreso le lezioni dopo che lo stato di emergenza della nazione è stato revocato il mese scorso, gli esperti temono che gli studenti possano iniziare a non gradire la frequenza scolastica con troppe restrizioni. Da questa foto puoi vedere come hanno “ ristrutturato” le aule..un po’ di distanza , le mascherine, è tutto!

Gli abitanti di Tokio hanno superato i dieci milioni, ti senti uno di loro o sei ancora nello stato d’animo di un loro osservatore?

Allora si dice che a TOKYO, che oggi comprende nella dimensione della metropoli le periferie come Yokohama e Saitama, ci siano circa 40.000.000 di persone, io la chiamo la “creatura mutante”. Allora, ci sono dei giorni in cui mi sento abbastanza integrato e dei giorni in cui sono un osservatore, calcola che nel quartiere dove vivo (più di un milione di persone..!), spesso girando, andando nei supermarket , in farmacia, alla ferramenta etc. etc. mi ricordo di essere straniero ( “gaijin” si dice in giapponese ) solo quando mi vedo rispecchiato dai vetri dei negozi, questo per dirti anche che spesso passano giorni prima che vedo un altro “ gaijin” nell’area urbana in cui vivo.

Del Giappone, in genere, gli occidentali rimarcanola coesistenza tra un grande attaccamento alla tradizione e una totale immersione nella contemporaneità più estrema. E’ vero, o anche questo è un luogo comune? E nel mondo delle arti e della progettazione come si esprime questo binomio?

Il Giappone va “ sparatissimo " verso il futuro ma assolutamente senza dimenticare, anzi portando nel futuro il passato; un architetto molto conosciuto, bravissimo, della mia età , anche lui docente oltreché libero professionista, mi dice sempre, cosa che peraltro anch’io non mi stanco mai di ripetere ai miei studenti: “Non puoi progettare il futuro se non hai studiato e non conosci perfettamente il passato.”

Esiste anche in Giappone l’ondata di recupero dell’artigianato e delle sue radici popolari, che stiamo vivendo da anni in Italia?

In Giappone c’è tantissimo, tantissimo artigianato, non l’hanno mai abbandonato. Bisognerebbe dedicare un’intervista intera all’argomento…Basta dire questo: in Giappone la maggior parte delle tradizioni artigiane, in quasi tutti i settori, continuano ad essere coltivate ed esercitate da moltis simi giovani. Oggi a Tokyo e in tutto il Giappone trovi persone di 20/ 30 anni nelle botteghe del fabbro, del falegname, dell’artigiano che costruisce coltelli, o della sarta che cuce kimono, borsette in bamboo e seta.

Come racconteresti ai tuoi studenti universitari di Singapore, o di Tokio, la tua esperienza negli anni ’70 di studente creativo al “Mannucci” di Ancona, per far capire il clima culturale in cui eravate immersi e cosa di quell’esperienza ritieni che potrebbero ancora apprezzare e desiderare?

L’esperienza ed il clima culturale che abbiamo vissuto negli anni ’70, specialmente nei settori crea tivi, inclusa la musica, e, almeno per me , al “Mannucci”, tra l’altro con lo stesso Edgardo Mannucci Direttore dell’istituto, fu fantastica e penso irripetibile, per tanti motivi, ma il primo tra tutti, nei miei ricordi, è la passione che avevano i miei insegnanti per l’arte e per tutto quello che era nel “cerchio” dell’arte.

È quella passione che riuscirono a trasmettermi e io penso che gli studenti di qualsiasi perio do, o generazione, debbano fare della PASSIONE il motore principale che li spingerà sempre a raggiungere traguardi eccitanti e importanti. Poi, naturalmente, gli studenti debbono usare le strutture della scuola come un laboratorio di ricerca, di costruzione di un proprio background e di un modo personale di espressione. Sinceramente credo che il “Mannucci” abbia tutt’oggi una notevole potenzialità nella formazione dei professionisti creativi del futuro, che questa scuola possa dare moltissimo, che deve essere sempre tenuta costantemente aggiornata, con la passione e il coraggio, sia da parte degli studenti che dei docenti.

La scelta tra lo stoccafisso e il sushi è stata dilaniante?

No, io amo la cucina e il cibo del mondo. Basta capire ed apprezzarne prima di tutto la qualità degli ingredienti e poi i diversi metodi di cucinarli e presentarli. Due culture, due metodi, ma… stesso mare , del mondo, stesso amore per il cibo fatto bene.






Questa è un'intervista pubblicata il 27-07-2020 alle 14:44 sul giornale del 28 luglio 2020 - 950 letture

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