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A Torrette nasce l'Unità di Epatologia: l'approccio alle malattie del fegato ora è innovativo e trasverale

6' di lettura Ancona 03/11/2020 - Una nuova Unità di Epatologia dedicata alla cura dei pazienti con patologie croniche o complesse che opera con un approccio moderno e trasversale. L'unità, uno dei fiori all'occhiello degli Ospedali Riuniti di Ancona, è diretta dal Prof. Gianluca Svegliati Baroni dell’Università Politecnica delle Marche.

Abbiamo intervistato il prof. Svegliati Baroni (per altro di Senigallia) insieme alla dott.ssa Laura Schiadà, dirigente Medico della nuova SOSD, Danno Epatico e Trapianti degli Ospedali Riuniti di Ancona.

Prof. Svegliati Baroni che cos'è e di cosa si occupa la nuova Unità di Epatologia?
“La nuova struttura dedicata alle malattie di fegato (SOSD Danno Epatico e Trapianti) degli Ospedali Riuniti di Ancona si occupa della gestione dei pazienti con epatopatia cronica o cirrosi epatica, patologie complesse che richiedono ormai percorsi ed attività dedicata. La SOSD vuole essere punto di riferimento regionale ed extra-regionale per i malati di fegato che devono essere gestiti con percorsi ben definiti per ogni fase della patologia epatica. Nel termine SOSD è insito un concetto moderno di medicina, trasversale e appunto dipartimentale, non più rinchiuso nelle strette mura di un determinato reparto. Conseguentemente verrà meglio sostenuta l’attività del Centro Trapianti del Prof. Vivarelli che, nonostante le difficoltà legate al COVID19, sta marciando a ritmi da record in questo 2020. Verranno, inoltre, migliorati i percorsi già in atto presso gli Ospedali Riuniti con le altre Unità Operative coinvolte nella cura di questi pazienti, e ne verranno creati di nuovi come la collaborazione con la Clinica Oncologica per la sempre più complessa ma efficace cura del carcinoma epatocellulare”.

Quali sono gli strumenti (tecnologie, terapie, ecc..) che rendono l'unità operativa una eccellenza?
“Dal punto di vista tecnologico, la gestione dei pazienti con epatopatia cronica è stata rivoluzionata dall’avvento del Fibroscan, una sorta di ecografo che fornisce informazioni molto accurate sulla gravità di malattia del fegato. Per questo, rispetto al passato, l’uso della biopsia epatica si è molto ridotto. Con l’uso quotidiano, in ambulatorio, del Fibroscan, ormai l’uso della biopsia è limitato alla diagnostica differenziale delle lesioni focali epatiche, nel sospetto quindi di malattia maligna del fegato, oppure quando abbiamo un paziente con ipertransaminasemia di cui non conosciamo l’origine, per esempio nel sospetto di una malattia autoimmune o di una forma metabolica. Ritorno al concetto che la Struttura è dipartimentale ed inserita in un Ospedale di eccellenza come Torrette, quindi “sfrutta” le eccellenze tecnologiche della Radiologia, sia per quanto riguarda la diagnostica (TAC o Risonanza Magnetica) che per le metodiche più interventistiche (per esempio la biopsia di lesioni focali, o il trattamento di lesioni tumorali)”.

Anche quello della terapia di questi pazienti è un concetto nuovo..
“Sì! Farmaci antivirali per il virus dell’epatite C ed il virus dell’epatite B hanno rivoluzionato la storia clinica di queste infezioni. Per il virus dell’epatite C, un trattamento di otto settimane è in grado di eradicare il virus nel 100% dei pazienti (gli scopritori del virus C hanno vinto in questi giorni il Premio Nobel per la Medicina). Per quanto riguarda l’epatite B, una sola compressa al giorno è in grado di neutralizzare il virus, ma deve essere assunta per tutta la vita, senza effetti collaterali. Prima dell’avvento di questi farmaci “di precisione”, molecolari, i pazienti dovevano essere sottoposti a terapie durissime, a base di interferone, con una efficacia molto ridotta, con molti effetti collaterali. Ecco perché vorremmo sensibilizzare la popolazione su queste malattie e non sentire più frasi come “…per l’epatite non c’è nessuna cura…”.

Quindi, se si riesce a fare una diagnosi precoce di queste infezioni, prima che il fegato diventi cirrotico, il paziente non avrà complicanze e non morirà di malattia epatica?
“Esattamente. Se invece il paziente è cirrotico, anche se noi eliminiamo il virus, va sorvegliato per tutta la vita, in quello che può essere definito un “progetto diagnostico-terapeutico”. E’ in questa categoria di pazienti in particolare che una struttura con personale dedicato può giocare un ruolo importante. I pazienti vanno seguiti seguendo le linee guida internazionali per identificare precocemente l’insorgere delle complicanze, e gestiti sempre secondo le linee guida nei vari percorsi delle complicanze stesse”.

La sua Unità ha anche "numeri" importanti...
“Questa nuova unità nasce ad Ancona dove la moderna epatologia è arrivata circa 50 anni fa con il Prof. Orlandi, e continua a collaborare con strutture storiche come la Clinica e la Divisione di Gastroenterologia. L’attività è iniziata a settembre 2020 e quindi i numeri sono solo ipotizzabili. Dai dati di queste prime settimane, si possono ipotizzare più di 300 ricoveri e circa 1700 visite ambulatoriali all’anno. Come detto prima, il fiore all’occhiello dell’attività epatologica a Torrette è rappresentata dal trapianto di fegato (circa 50 pazienti all’anno) e dalla gestione multidisciplinare dei pazienti con tumori del fegato nel concetto del “progetto diagnostico-terapeutico” indicato prima. Ormai da anni l’attività epatologica a Torrette è punto di attrazione per molti pazienti provenienti da Umbria, Abruzzo, Puglia, Campania”.

Dott.ssa Schiadà, quali sono le terapie/prestazioni sanitarie di cui hanno più bisogno i pazienti?
“Più che la specifica terapia o prestazione, è importante che questa struttura rappresenti per i medici del territorio un riferimento per i pazienti con malattie del fegato. Uno dei problemi principali per il paziente con una epatopatia avanzata infatti è quello di identificare una struttura di riferimento per essere inserito e seguito in un percorso e progetto di cura per tutte le complicanze della cirrosi epatica (ascite, encefalopatia epatica, carcinoma del fegato), fino possibilmente al trapianto di fegato. L’attività della nuova struttura vuole fornire proprio questo, un aiuto concreto per il paziente nella gestione di una patologia lunga e complessa ma che può anche essere guarita e risolta, e creare una rete clinica con le strutture del territorio per evitare che il paziente venga inviato al centro di eccellenza in una fase troppo tardiva”.

Quali nuovi concetti si sono sviluppati sul fegato e sulle sue malattie negli ultimi anni?
“Abbiamo già detto delle terapie antivirali e della possibilità di guarire il carcinoma del fegato e la cirrosi con il trapianto. Quello che è ora al centro degli studi internazionali è il ruolo del fegato quale centrale metabolica del nostro organismo. Si è scoperto che il fegato può diventare “grasso” (la steatosi epatica) in presenza di una cattiva alimentazione, obesità, diabete, e contribuire a incrementare il rischio di infarto o ictus. Quello che stiamo osservando è che il numero di casi di cirrosi epatica “metabolica” o da alcol ha superato quello da cause virali, per le quali abbiamo le terapie accennate prima. Anche il problema dell’eccessivo consumo di bevande alcoliche ha una notevole importanza sociale e clinica (la massima quantità tollerabile è di 2-3 bicchieri di vino per il maschio adulto sano al giorno, la metà per la donna, né ci dobbiamo dimenticare del “binge drinking” nei giovani). Dobbiamo fornire quindi un’adeguata informazione sullo stile di vita, informazione che rappresenta (con la diffusione dei social) il principale meccanismo di prevenzione delle malattie del fegato”.

Nella foto il prof. Gianluca Svegliati Baroni insieme alla dott.ssa Laura Schiadà (a destra) e gli specializzandi della Clinica di Gastroenterologia.








Questo è un articolo pubblicato il 03-11-2020 alle 00:02 sul giornale del 04 novembre 2020 - 2037 letture

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