I 250 anni dalla morte di Giovan Battista Tiepolo, protagonista dell’arte italiana del Settecento

4' di lettura Ancona 30/12/2020 - Questo 2020 ormai concluso, che a memoria d’uomo sarà ricordato come l’anno della pandemia, ha coinciso con alcuni anniversari di grande rilievo culturale, come quelli di Raffaello, Beethoven, Maria Montessori, celebrati con iniziative di studio, pubblicazioni ed eventi.

Manca all’appello un altro anniversario, trascorso quasi completamente dimenticato, quello del 250° dalla morte, avvenuta a Madrid nel 1770, di Giovan Battista Tiepolo, il protagonista assoluto dell’arte italiana del Settecento e della prima età moderna. Se si esclude la recente mostra milanese alle Gallerie d’Italia, inaugurata e dopo pochi giorni chiusa a causa dell’emergenza sanitaria, pochi eventi e perlopiù di caratere locale sono stati promossi in Veneto e a Venezia. Miglior sorte ha avuto la memoria di Tiepolo in Vaticano, che ha promosso una emissione filatelica, e in Germania, con una mostra importante alla Staatsgallerie di Stoccarda.

Anche la rassegna stampa è assai modesta, e tra i pochi contributi interessanti dei media va segnalata “Radio 3 Suite”, che ha dedicato all’anniversario un ciclo di cinque trasmissioni, di cui tre possono essere ancora ascoltate sul podcast del sito. Giovan Battista Tiepolo, Sacrificio di Ifigenia, Vicenza, Villa Valmarana ai Nani Il panorama non migliora con gli storici dell’arte italiani, che sono rimasti pressoché in silenzio, escludendo l’encomiabile eccezione di Tomaso Montanari, che ha curato per RAI 5 il documentario “Gli abissi di Tiepolo”, in cui afferma che l’artista è “l’ultimo dei grandissimi pittori italiani, in una sfilata di giganti che allinea Giotto, Masaccio, Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Caravaggio, ma certo molto meno di costoro presente nella coscienza degli italiani di oggi”.

Tornando a Venezia, pur volendo considerare le emergenze che ne hanno sconvolto la vita sociale negli ultimi due anni, dal ripresentarsi angosciante dell’acqua alta, all’emergenza sanitaria della pandemia che ha privato l’economia locale del 50% del turismo ordinario, resta però inconcepibile che la città abbia avuto così poco da dedicare alla memoria di Tiepolo.

Proprio Venezia, alla quale l’artista ha lasciato in eredità uno straordinario e vastissimo patrimonio d’immagini che hanno rappresentato l’ultimo baluardo simbolico, l’ultimo e fragilissimo diaframma figurativo tra la gloria di una tradizione secolare e la sua decadenza irreversibile, conclamata con la fine della Repubblica veneziana nel 1797 ad opera di Napoleone. Tiepolo presenta questo lato di eroismo: è l’interprete di una “traditio artis”, di un passaggio di consegna da un tradizione dell’arte all’attualità del moderno, il cui profilo era per lui in corso di definizione, ancora largamente oscuro e indeterminato. Nell’essere e nel sentirsi impersonato con questo passaggio, Tiepolo esprime la consapevolezza sensibilissima del poeta, l’urgenza emotiva del testimone, l’inquietudine alternata all’esaltazione dell’esploratore e dello scienziato che scoprono nuove realtà, la passione nel recupero dell’antico e del mito propria dell’archeologo, l’esplorazione ironica e istronica della realtà sociale che appartengono all’autore e all’attore teatrali. La maschera e il personaggio del teatro diventano, anzi, i suoi artifici per muovere le emozioni dell’osservatore, come pure per dissociare la sua soggettività dalla socialità impersonale dell’artista.

I marchigiani che non conoscessero l’artista e volessero ammirarne di persona un suo capolavoro, non dovranno attendere il ritorno alla zona gialla per raggiungere Venezia, il Veneto o Milano, perché sarà sufficiente arrivare a Camerino ed entrare nella chiesa del Seminario arcivescovile in Via Muzio, dov’è attualmente esposta la pala d’altare raffigurante la Visione di San Filippo Neri con la Madonna e il Bambino. Il dipinto è stato recuperato dopo il sisma del 2016 dalla chiesa gravemente lesionata di San Filippo, per la quale fu realizzato da Tiepolo nel 1740, destinato alla cappella di cui aveva il patronato la famiglia Foschi, committenti dell’opera. Si tratta di una delle tele a soggetto religioso più significative realizzate dal maestro nella sua prima maturità, quando era già conteso da mezz’Europa, soprattutto per gli affreschi che lasciavano estasiati tutti i suoi ammiratori, disposti a ricompensarlo con cifre anch’esse da capogiro.

Nel 1964 la tela fu individuata da Pietro Zampetti come autografa di Tiepolo e in seguito alla sua attribuzione l’opera fu restaurata nel 1966 presso il laboratorio degli Uffizi a Firenze. Solo grazie ad un repentino trasferimento di piano, il dipinto riuscì ad evitare le conseguenze disastrose dell’Arno esondato, che invece non risparmiarono opere di Cimabue, Giotto, Botticelli, Donatello.

Esattamente cinquant’anni dopo, l’opera di Tiepolo è uscita presssoché indenne dal sisma che ha mutilato il patrimonio artistico dell’Italia centrale, portata in salvo dai Vigili del fuoco, dagli operatori della Soprintendenza, del Nucleo Tutela Beni Culturali dei Carabinieri. Privata della sua dimora, per la quale è stata creata da Tiepolo, attende ancora gli sguardi degli osservatori, ora mostrando, ora eludendo e nascondendo, lasciando sempre incompiuto l’incontro, affinché si senta il bisogno di ripeterlo ancora.








Questo è un articolo pubblicato il 30-12-2020 alle 17:02 sul giornale del 31 dicembre 2020 - 219 letture

In questo articolo si parla di cultura, Francesco Maria Orsolini, comunicato stampa

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