Intervista a Emanuele Mochi, sceneggiatore anconetano de “Il Legionario”

3' di lettura Ancona 07/12/2021 - Il lungometraggio, vincitore del premio per miglior regista esordiente al Festival di Locarno, verrà proiettato martedì 7 dicembre alle ore 21 e 15 nel contesto di Corto Dorico. Sarà presente anche lo sceneggiatore Emanuele Mochi

“Il legionario”, per la regia di Hleb Papou, è il film nato dall'omonimo corto, ideato come saggio di Diploma del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e presentato alla Settimana Internazionale della Critica alla Mostra del Cinema di Venezia. Il regista Papou, assieme agli sceneggiatori Emanuele Mochi e Giuseppe Brigante, decideva quindi di ampliare il progetto del corto, che aveva ricevuto importanti riconoscimenti, in un lungometraggio. A dare fiducia al trio la casa di produzione Clemart, impegnata nella produzioni di alcune delle più seguite serie Rai (tra le altre “I bastardi di pizzo Falcone”) e alla ricerca di una storia per lanciare la loro prima “opera lunga” individuata proprio ne Il legionario.

Una scelta che sembra aver premiato, visto le entusiastiche critiche e prestigiosi premi che sta riscuotendo in tutta Europa. Tra gli altri il prestigioso Festival di Locarno ha premiato la pellicola di Hleb Papoou con il premio per miglior regista emergente.

LA TRAMA DEL FILM

A raccontarci il film lo sceneggiatore Emanuele Mochi, che sarà presente in sala anche per la proiezione nella sezione “salto in lungo” del Festival Corto Dorico, martedì 7 dicembre alle ore 21:15 presso l'auditorium della Mole Vanvitelliana: «In sintesi, “Il Legionario” è la storia di un celerino di origini africane che deve sgombrare un palazzo occupato in cui vivono la madre e il fratello».

LA SCISSIONE DELLE SECONDE GENERAZIONI

Un film che vuole dare corpo alle contraddizioni del presente, raccontando in maniera realistica i problemi socio economici della città di Roma e dell'Italia, partendo dall'esperienza diretta che regista e sceneggiatori hanno deciso di avere come base di partenza. «Abbiamo voluto approfondire e conoscere personalmente le realtà che siamo andati a raccontare. La storia e le riprese sono ambientate nella ex sede centrale dell'Indap, abbandonata nel 2010 e occupata dal 2013. Dentro ci vivono 150 famiglie. É un posto affascinante, dove gli uffici sono stati convertiti in case e dove convivono tutte le culture, dal sud America o dall'Africa». Nel film presenti come comparse gli abitanti dello stabile occupato di Roma.

«Non volevamo però fare un film banale con poliziotto cattivo e poliziotto buono. Il nostro è un personaggio che rende le cose più complesse. Abbiamo avuto l'occasione di approfondire anche la realtà dei corpi della celere e della Polizia. Il protagonista è convinto del Corpo a cui appartiene e ha il diritto di esserlo, come suo fratello ha il diritto di rivendicare un tetto sulla testa».

Ne emerge il racconto di una scissione, riconoscibile nelle società e nelle “seconde generazioni”, ovvero gli italiani figli di immigrati, una narrazione importante per il regista Hleb Popou, bielorusso di nascita, in Italia dall'età di 11 anni.

«UN CINEMA PER LA GENTE E NON PER I FESTIVAL»

Priorità di Papou, Mochi e Brigante resta però quella di raccontare una storia e farlo in maniera coinvolgente per il pubblico, utilizzando il genere dell'action drama: «Abbiamo voluto fare un film per il pubblico. Raccontare una storia che coinvolgesse e intrattenesse per 80 minuti e alla fine della quale si potesse imparare qualcosa. Questo film svela delle realtà che non avete mai visto sullo schermo e che solo pochi conoscono nella realtà, realtà come quelle delle case occupate o della vita in Polizia. Non è un film fatto per gli addetti ai lavori, come spesso sono i film fatti per andare ai festival. Ma un film fatto per essere visto e goduto con divertimento e imparando qualcosa di nuovo».


di  Filippo Alfieri
redazione@vivereancona.it







Questo è un articolo pubblicato il 06-12-2021 alle 20:33 sul giornale del 07 dicembre 2021 - 226 letture

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