L’Anconetano del Giorno, a tu per tu con Stefano "Rana" Ranucci
Dopo un breve periodo di riposo, si torna in compagnia del nostro “Anconetano del Giorno”. Il protagonista di oggi è Stefano Ranucci, conosciuto da tutti con il suo nome d’arte “Rana”.
Parliamo di un simpaticissimo artista che ha fatto del dialetto e del carattere dorico un marchio di fabbrica davvero spassoso.
Stefano, in molti conoscono il tuo personaggio. Vuoi però raccontare ai nostri lettori qualcosa su di te?
Cominciamo proprio dall’inizio: sono concittadino dell’Imperatore. Quale? Il grande Federico II, lo stupor mundi. Sì, sono nato a Jesi, ma da quando avevo tre anni vivo ad Ancona e dal capoluogo non mi sono più spostato. Anzi, sì, ma davvero di poco. Questa però è un’altra storia. Da piccolo ero timidissimo, oggi non si direbbe, ma avevo una buona predisposizione per le lingue e ho cercato di valorizzarla studiando perito aziendale. Il lavoro d’ufficio però non faceva affatto per me. Ci è voluto un po’ per trovare la mia strada, finché la mia famiglia non ha preso in gestione un hotel. Da quel momento ho capito che mi piaceva stare a contatto con il pubblico. Insieme a mio fratello e a mia sorella facevamo davvero di tutto, anche servire ai tavoli, cosa che faccio ancora oggi. Per qualche anno ho lavorato anche all’estero, in terra tedesca. Ho una grande passione per gli animali, i gatti in particolare. Ora ne ho tre in casa, e vivono come piccoli nababbi. Mi piace leggere e, appena posso, prendo l’aereo e faccio qualche piccolo viaggio.
Ancona è il cuore del tuo personaggio e dei tuoi racconti. Vuoi raccontarci come nasce Rana?
Meno male che non mi avete chiesto quando ho capito di voler fare il comico, ora lo dico sinceramente: ancora lo devo capire. Quello che faccio mi viene spontaneo, senza pensarci troppo. Ho iniziato alle elementari, quando facevo ridere i compagni prendendo in giro la maestra, ancora oggi mi raccontano di una barzelletta che ho iniziato a Polverigi e finito di raccontare ad Ancona. Rana è il soprannome che mi diedero loro, visto che di cognome faccio Ranucci. Il personaggio di Rana è nato a metà degli anni ’90, quando Federico Maria Marrazzo, dei “Flagelli d’Italia” di Radio Arancia, venne a cena al ristorante Gigetto di Polverigi, dove lavoravo. Ascoltando quella leggera inflessione anconetana, mi chiese se volevo provare a fare radio con un personaggio che serviva per arricchire il programma, dicendo quello che mi riusciva meglio: fare battute in anconetano. E a quanto pare ha funzionato, in quel periodo le scenette che registravo per Radio Arancia e Radio Gold avevano conquistato l’etere. Devo molto ai due storici conduttori, Alvin e Federico per l’appunto, grazie a loro ho fatto conoscere questo personaggio, che ancora oggi piace davvero a tutti.
Ancona è tante cose: sapori, storia e saperi. Ma cos’è per te Ancona?
Ancona è una delle mie grandi passioni. Sono anconetano dentro, amo la mia città. Mio fratello vive nella casa di famiglia, in zona Pincio, e ha un magnifico terrazzo da cui si vede tutto, dal centro al Passetto. Io ci passo delle giornate, perché Ancona è suggestiva, insolita, unica, e per due lati è bagnata dal mare. “El zole sorge e tramonta sul mare! E chi sel pole permette!”, con le navi, i suoi colori e le sue strade. Cosa consiglio di vedere a chi visita Ancona? Tutto. È semplice, no?
Dopo averci detto cosa rappresenta Ancona per te, vuoi dirci cosa sei tu per la città di Ancona?
Non saprei cosa dire, penso di rappresentare la voce dell’autoironia tipica di molti anconetani (non tutti, ride ndr). Infatti, nonostante i nostri modi, fuori dalla città, suscitino tutt’altro che simpatia, la nostra capacità di ridere di noi stessi e prenderci un po’ in giro è il modo migliore per raccontarci. Ed è quello che faccio con il mio personaggio: racconto il nostro modo di vedere il mondo e poi, nei miei spettacoli e nei video, ci ridiamo sopra.
Vuoi lasciare un messaggio per gli Anconetani e le Anconetane di domani?
Più che un messaggio, alle giovani generazioni rivolgo una preghiera: abbandonate i cellulari e cercate di vivere la vita senza schermi. Una volta avevamo i gruppi di quartiere, dal Pincio a Piazza Diaz, e si giocava nei parchi o nei bar. Oggi ci sono Candy Crush, Modern Combat e simili, e troppo spesso, fuori dalla vostra comfort zone, sembrate un po’ “ciambotti” (rintronati, ndr). Mi capita di vedere spesso dei giovani mentre servo ai tavoli, non importa l’età, nemmeno alzano lo sguardo dallo schermo per salutare. È anche una questione di educazione. Questo è un problema dei genitori, che spesso mi rispondono: “Sennò non li tengo un attimo buoni!”. Non dico che serva un sano scupolò (sberla, ndr), ma una volta bastava quello per rimetterci in ordine.
Lettrici e lettori di Vivere Ancona, il nostro viaggio per ora termina qui. “L’Anconetano del Giorno” vi aspetta prossimamente con una nuova intervista e una nuova storia da raccontare!
Questa è un'intervista pubblicata il 06-11-2025 alle 11:21 sul giornale del 07 novembre 2025 - 369 letture
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